La fine ineludibile dell’Unione Europea

La fine dell’Unione Europea come orizzonte ineludibile e necessità politica.

Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”1.

Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).

Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche2.

L’Europa unita come causa prima del declino italiano

Guzzi muove la sua analisi da una fredda e impietosa illustrazione dei numeri che descrivono il declino italiano, per poi evidenziarne le cause: prima fra tutte la moneta unica. Questa doveva portare i benefici attribuiti “a un modello nordico ritenuto ontologicamente migliore” in ragione della sua matrice “deflazionista e mercantilista” (30 ss.). Ha invece prodotto il risultato sotto gli occhi di tutti: “ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico” (25).

Più precisamente, la moneta unica ha per un verso sottratto agli Stati nazionali le leve di politica monetaria utilizzabili per riequilibrare le economie nazionali, ovvero la possibilità di determinare il tasso di cambio e il tasso di interesse. Per un altro verso, ha reso inutilizzabili le leve di politica fiscale e di bilancio, vanificate dai presupposti per la sua adozione: i celeberrimi parametri di Maastricht3, ovvero “stringenti criteri di austerità” (38 s.). Il tutto senza che le leve di politica fiscale e di bilancio venissero “opportunamente replicate a livello europeo” (16), con effetti perversi sul lavoro, sulla crescita economica e sulla capacità di spesa pubblica: se gli Stati nazionali non possono azionare leve monetarie, allora “il prezzo su cui si interviene non è più quello della valuta ma quello del lavoro”. Il che determina una riduzione del prodotto interno lordo, con ricadute negative sulla spesa sociale e in ultima analisi sul deficit pubblico (42 s.): gli ingredienti del declino italiano.

Non solo. L’assenza di una politica fiscale e di bilancio europee implica l’impossibilità di un indebitamento comune, e questa ha effetti particolarmente destabilizzanti in ordine all’indebitamento dei Paesi europei: avviene sulla base di “una moneta che non controllano”. Il tutto nell’ambito di un sistema monetario di tipo tecnocratico, o meglio politicamente irresponsabile, per il quale non solo la Banca centrale europea “non ha alcun dovere di fare da garante per i debiti pubblici europei”, ma “anzi ciò le è esplicitamente vietato” (62). Questo, invero, porta a una situazione nella quale si finisce per “affidare al funzionamento democratico questioni di secondo o terzo ordine, mentre le vere decisioni, quelle cioè che attengono all’economia, alla moneta e ora alla geopolitica”, sono “lasciate nelle salde mani di tecnici indipendenti” (75).

E si badi che tutto ciò è avvenuto sullo sfondo di autentiche menzogne, confezionate ad arte per motivare la necessità e l’urgenza delle riforme strutturali richieste dall’Europa. Si è detto ad esempio che l’Italia era “un Paese spendaccione”, mentre “dalla firma del Trattato di Maastricht nessun Paese al mondo ha adottato misure di contenimento fiscale tanto radicali quanto l’Italia” (83). Si è poi detto che flessibilizzando il lavoro si sarebbero ottenuti vantaggi quanto ai livelli occupazionali, mentre l’unico risultato è stato la trasformazione dell’economia italiana “quasi in una economia di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del 20. secolo” (88). E lo stesso vale per le privatizzazioni e le liberalizzazioni, che hanno raggiunto livelli di primo piano, e hanno avuto come esito tutto il contrario di ciò che avrebbero dovuto realizzare: sono state alla base di un notevole impoverimento, dell’azzeramento di diritti fondamentali e non da ultimo di “un disincentivo all’innovazione” (90 ss.).

Guzzi mostra che proprio su queste menzogne si è costruito il vincolo esterno, che prende corpo con la nascita del Sistema monetario europeo: l’accordo volto a stabilizzare i cambi tra i Paesi membri dell’allora Comunità economica europea. Questo accordo costituisce invero il detonatore per almeno tre vicende di assoluto rilievo per la svolta europeista4. La prima è il varo del Piano Pandolfi: l’atto che segna l’abbandono della programmazione economica, quindi l’impegno per la moderazione salariale e la riduzione della spesa sociale per consentire così “l’accelerazione verso un processo di integrazione europea” (106 s.). La seconda è la vittoria del capitale sul lavoro rappresentata dalla celeberrima marcia dei quarantamila, la manifestazione antisindacale con cui si pone fine allo sciopero dei lavoratori Fiat contro la riduzione della manodopera motivata con la necessità di ridurre i costi di produzione, che segna “la fine di quel periodo di lotta sindacale che aveva avuto il suo apice nel biennio 1969-70” (107). La terza è il divorzio tra Ministero del tesoro e Banca d’Italia, e con ciò la fine dell’architettura istituzionale che consentiva di tenere “l’intera strategia debitoria… saldamente nelle mani della politica” (111 s.).

Torino, 14 ottobre 1980. La “marcia dei quarantamila” alla FIAT.

Sono queste le ragioni per cui il debito pubblico italiano è esploso a partire dagli anni Ottanta: il venir meno dei “presupposti monetari su cui si fondava il portato sociale della costituzione” è a esse riconducibile, e non anche a un eccesso di “manie keynesiane” unite a “sprechi pentapartitici”, come invece si usa dire (117 ss.). Più precisamente le vicende in discorso hanno comportato la necessità di accordare elevati tassi di interesse indispensabili ad attirare capitali esteri e a mantenere i tassi di cambio ai livelli imposti dal sistema monetario europeo: la necessità di assicurare “grandissime rendite finanziarie per potersi permettere la permanenza in un sistema monetario asimmetrico” (122).

Dal federalismo hayekiano all’Atto unico europeo

Anche tra i cultori del diritto, almeno tra quelli con sguardo critico sulla costruzione europea5, si rileva che questa non è nata con la sua attuale inclinazione ideologica. Del resto, sul finire degli anni Cinquanta il neoliberalismo non costituiva l’orizzonte ideologico indiscusso per definire la relazione tra ordine politico e ordine economico, il che si è per molti spetti rispecchiato nelle modalità con cui si è avviata la costruzione europea. Se non altro perché il Trattato di Roma identificava tra gli obiettivi della politica fiscale e di bilancio il mantenimento della “stabilità del livello dei prezzi”, ma anche un obiettivo di matrice keynesiana come “un alto livello di occupazione” (art. 104). Il tutto mentre sino al Piano Werner dei primi anni Settanta era diffusa la convinzione secondo cui la definizione di una politica monetaria comune doveva essere accompagnata, se non preceduta, da una politica fiscale e di bilancio comune. Si voleva cioè stabilire prima una gerarchia tra controllo dell’inflazione e promozione dell’occupazione, per poi identificare politiche monetarie conseguenti: di tipo restrittivo se doveva prevalere il primo aspetto ed espansionista se si voleva puntare sul secondo6.

Guzzi illustra al meglio i termini di un profondo mutamento di paradigma che inizia ad affermarsi sul finire degli anni Settanta. Un paradigma che diviene senso comune per effetto di trasformazioni che prendono corpo in area francese7, per poi divenire il mantra ispiratore delle politiche intraprese dalle Commissioni europee presiedute da Jacques Delors a partire dalla metà degli anni Ottanta. Politiche significativamente inaugurate dall’Atto unico europeo del 1986, il cui contenuto centrale concerne non a caso la realizzazione delle condizioni per attuare il principio della libera circolazione dei capitali.

Jacques Delors (1925-2023)

Questo principio era previsto dal Trattato di Roma, ma era rimasto lettera morta in virtù di una massima recepita nello statuto del Fondo monetario internazionale: quella per cui è opportuno che le merci circolino liberamente, ma lo stesso non vale per i capitali, per i quali si “possono esercitare gli opportuni controlli per regolamentare i movimenti” (art. 6). Il tutto sul presupposto che, se i capitali sono liberi di circolare, gli Stati sono costretti ad adottare politiche volte ad attirare investitori internazionali, ovvero a favorire l’abbattimento dei salari e della pressione fiscale sulle imprese, rendendo così impraticabili approcci all’ordine economico di matrice keynesiana.

A ciò si aggiunga la scelta di non definire una politica fiscale e di bilancio comune, o meglio di farlo indirettamente stabilendo una politica monetaria comune di matrice neoliberale: quella ricavata dai parametri di Maastricht. Con il risultato che, se anche la prima politica rientra formalmente tra le competenze esclusive del livello nazionale, essa finisce per essere imposta sulla base di canoni tutti incentrati su tematiche neoliberali e dunque su modelli riassunti al meglio dai parametri in discorso8.

Guzzi illustra al meglio le conseguenze della “perdita di leve importanti di politica economica e monetaria degli Stati nazione, senza che esse siano state opportunamente replicate a livello europeo” (16). Si potrebbe forse sottolineare quanto una simile situazione non indichi una incompletezza della costruzione europea, bensì il senso di un pieno successo circa il modo di concepirla: esattamente come “l’Euro può essere rivendicato come uno dei pochi successi degli economisti” (131). Il disaccoppiamento delle politiche monetarie da un lato e fiscali e di bilancio dall’altro, in effetti, corrisponde a un preciso modello di federalismo identificato sul finire degli anni Trenta da Friedrich von Hayek e per questo a buon titolo definibile in termini di federalismo neoliberale.

Nel merito l’economista austriaco non si concentrava più di tanto sull’architettura istituzionale da adottare. Si concentrava piuttosto su quanto reputava un compito fondamentale dell’entità federale, ovvero l’eliminazione di ogni ostacolo alla libera circolazione dei fattori produttivi in quanto espediente attraverso cui ottenere la moderazione fiscale degli Stati membri: una pressione fiscale elevata “spingerebbe il capitale e il lavoro da qualche altra parte”. La libera circolazione consentiva insomma di spoliticizzare l’ordine economico, dal momento che sottraeva alle “organizzazioni nazionali, siano esse sindacati, cartelli od organizzazioni professionali”, il “potere di controllare l’offerta di loro servizi e beni”. Di più: se lo Stato nazionale alimentava “solidarietà d’interessi tra tutti i suoi abitanti”, la federazione impediva legami di “simpatia nei confronti del vicino”, tanto che diventavano impraticabili “persino le misure legislative come le limitazioni delle ore di lavoro o il sussidio obbligatorio di disoccupazione”9.

La moneta unica come mito fondativo della costruzione europea

Tra le parti più suggestive del saggio di Guzzi rientra indubbiamente quella dedicata alla ricerca delle ragioni profonde del declino indotto dall’Unione europea, ovvero dei meccanismi per i quali un simile destino si è affermato come orizzonte ineluttabile e indiscutibile. È una ricerca che riguarda le radici del declino, ma anche e soprattutto l’incapacità di vederle o quantomeno l’indisponibilità a tematizzarle, a farle emergere dalla cortina fumogena di un “conformismo strisciante” che avvolge tutto e tutti (134).

L’originalità dell’approccio di Guzzi non sta tanto nell’analisi dedicata alle radici più “materiali del declino”: quelle che attengono alla volontà di ripristinare la primazia del capitale sul lavoro (136 ss.), di modificare di conseguenza la costituzione materiale del Paese neutralizzando l’ispirazione democratica e sociale della Carta (151 ss.), e a monte di assicurare una collocazione geopolitica capace di fare i conti con le ricadute dell’intima ispirazione atlantista della costruzione europea (144 ss.)10. Di particolare interesse sono invero le riflessioni dedicate alla “precondizione culturale per la costruzione dell’Unione europea”: a quanto ha consentito che si instaurasse “il clima culturale da fine della storia che si respirava a inizio anni Novanta… la sensazione di essere prossimi a una transustanziazione della globalizzazione capitalista in una unione irenica tra i popoli… la percezione di una prossima liberazione antropologica oltre le gabbie asfittiche del Novecento” (132).

Guzzi richiama nel merito la valenza simbolica della moneta unica, da intendersi alla luce del periodo in cui si è affacciata sulla scena: gli anni in cui sono entrate in crisi le forze politiche che hanno tradizionalmente incarnato le ideologie poste a fondamento dalla Carta fondamentale. La Democrazia cristiana era implosa in un tutt’uno con il sistema di potere che aveva creato e alimentato, e lo stesso era accaduto al Partito socialista, mentre il Partito comunista era invece vittima della implosione del Socialismo reale. Ciò che accomunava queste forze politiche, aggiunge Guzzi, era “un rapporto mai esaurito con una sfera spirituale magari laica e del tutto secolarizzata”, ma comunque espressiva di una tensione ideale che doveva in qualche modo riattivarsi sotto nuove spoglie (157 ss.). Di qui la valenza simbolica acquisita dall’integrazione europea e più precisamente dalla moneta unica, che è divenuta “la grande narrazione sostitutiva” comunicata “come un immenso surrogato politico ideologico”, oltre che un espediente “per risolvere la crisi spirituale della politica italiana senza doverla realmente affrontare” (161).

A ben vedere, non è la prima volta che una moneta collegata a progetti neoliberali assolve alla funzione di mito fondativo di una identità collettiva: era già successo con il Marco tedesco alla rinascita della democrazia tedesca dopo il crollo del nazismo sulla spinta delle forze conservatrici11. Questa volta, però, il tutto avviene con il sostegno di forze politiche che non provengono da una tradizione neoliberale, come in particolare il Partico comunista e i suoi eredi. Siamo del resto negli anni in cui proprio la sinistra storica occidentale fornisce un contributo fondamentale all’affermazione del nuovo credo12, a cui aderisce con “la radicalità dogmatica dei neoconvertiti” (7), con acrobazie retoriche che in Italia hanno raggiunto vette assolutamente ragguardevoli. Lo testimonia in particolare la riesumazione del Manifesto di Ventotene, e tra i suoi autori di quell’Altiero Spinelli che si sarebbe altrimenti ricordato, o più probabilmente scordato, come un personaggio confuso e irrisolto, se solo non fosse stato utile a legittimare la svolta neoliberale della sinistra storica italiana13.

È appena il caso di segnalare a questo punto che anche il diritto, oltre alla moneta, è stato utilizzato come feticcio e “surrogato politico ideologico” (161) per fornire all’Europa unita una qualche tensione ideale. Il processo di unificazione non ha invero conosciuto una fase costituente, che coincide di norma con eventi tanto drammatici da poter fungere alla stregua di momento fondativo di un processo complesso come la nascita di una comunità politica. Non l’ha conosciuto e neppure poteva conoscerlo, se non altro perché non esiste un popolo europeo in quanto soggetto motore del processo costituente (169 s.): aspetto su cui peraltro insiste il federalismo hayekiano per presidiare l’essenza neoliberale della costruzione europea.

Proprio per questo l’Europa unita ama definirsi come “comunità di diritto”: creata dal diritto nella sua essenza di “forza intellettuale e culturale” alternativa alla forza della “conquista”, fonte di diritto in quanto possiede un “potere statuale di legiferare”, strutturata sotto forma di sistema di diritto condizionante i comportamenti dei Paesi membri e dell’“uomo della strada”14. Non è peraltro un caso se in questa formula non compaiono riferimenti alle vicende care al costituzionalismo democratico e sociale: fu coniata dal primo presidente della Commissione europea, quel Walter Hallstein ricordato soprattutto per il suo imbarazzante passato nazista. È del resto una formula espressiva della volontà di concepire lo spazio europeo come spazio spoliticizzato e liberato dal conflitto sociale: su questo apsetto torneremo fra breve.

Il momento Polanyi e il destino dell’Europa

Berlino 2007. Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Barroso durante le celebrazioni per i 50 anni dell’Europa unita

La dissoluzione dell’Unione europea e comunque la “riacquisizione di sovranità da parte degli Stati” costituisce il naturale approdo della riflessione di Guzzi (168), il quale non condanna l’unita europea in quanto tale, bensì l’attuale modo di concepirla: occorre “disfare, tornare indietro per un po’ di tempo, imparare la lezione e poi ragionare insieme su come costruire altre forme di collaborazione”. Per giungere a “una nuova Europa che non si fondi più sulla strutturale disattivazione della sovranità popolare ma sulla cooperazione paritetica tra Stati, sulla giustizia sociale, sulla pace” (8).

Il modo più diretto per giungere a questo risultato è ovviamente l’uscita dell’Italia dall’Unione europea e con ciò dall’Eurozona, soluzione che si riconosce essere particolarmente problematica in quanto comporta inevitabilmente la necessità di affrontare una crisi. E tuttavia Guzzi documenta che, sebbene “nel breve periodo ci sarebbe da sostenere uno shock”, così non sarebbe nel medio e nel lungo termine: “se l’alternativa è la permanenza alle attuali condizioni, il sacrificio di uscire sarebbe minore rispetto ai costi che avremmo rimanendo” (177 ss.). Ovviamente, sulle concrete modalità si può discutere e in effetti questi aspetti sono al centro di aspre controversie, tanto quanto quelle concernenti le conseguenze di un simile gesto. Un aspetto pare tuttavia poco contestabile: se si decide di uscire, allora occorre farlo ricorrendo all’effetto sorpresa e quindi preparare il tutto “nella massima riservatezza” (179).

Che questo sia il modo di operare lo sostengono anche i tedeschi, che in effetti si sono preparati ad agire così ai tempi della crisi del debito sovrano per reagire al modo di affrontarla suggerito dall’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Questi aveva sponsorizzato una prudente emissione di debito comune, i cosiddetti Eurobond, peraltro a beneficio dei soli Paesi disposti ad adottare “tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina”15. La proposta si infranse però contro l’invincibile ostilità tedesca, che all’epoca venne espressa con particolare veemenza: fu all’origine di uno studio commissionato dall’esecutivo all’Università delle forze armate tedesche sul modo di attuare nell’arco di pochi giorni l’uscita dall’Eurozona16, considerata un’opzione da prendere in considerazione in quanto fonte di oneri minori rispetto a quelli riconducibili a un sistema di condivisione dei rischi17.

Guzzi si sofferma poi su un diverso modo di misurarsi con la dissoluzione dell’Unione europea, ovvero con la preparazione alle sue ricadute attraverso una “vigile attesa”: quella in vista della possibile se non probabile scelta di Francia o Germania di “spegnere il motore” di una architettura finalmente vista come un “ostacolo ai propri interessi” (189 ss.). L’idea di prepararsi alla dissoluzione dell’Unione europea, per ironia della sorte provocata dai Paesi la cui conciliazione dopo decenni di conflitti ha fornito un fondamentale impulso alla costruzione europea18, è in effetti il punto di riferimento fondamentale per riflettere sul “che fare”.

Karl Polanyi (1886-1964)

Del resto, che la dissoluzione dell’Unione europea sia un esito ineludibile lo ricaviamo da quanto osservato da Karl Polanyi ben prima che si intraprendesse il percorso verso l’unificazione europea. Il fondatore dell’antropologia economica aveva analizzato le vicende che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento, mettendo in luce come la pressante richiesta di protezione sociale fosse la conseguenza di una espansione dei mercati particolarmente minacciosa per la società. Polanyi aveva poi rimarcato come la richiesta di protezione implicasse un ripristino della dimensione nazionale: la risocializzazione dei mercati doveva necessariamente invertire la tendenza alla loro denazionalizzazione, come sappiamo funzionale e impedire scelte incompatibili con la diffusione del modo neoliberale di concepire la relazione tra ordine politico e ordine economico. Sempre Polanyi aveva infine sottolineato come la protezione sociale potesse essere assicurata nel rispetto dell’ordine democratico, come avvenuto con il New Deal, ma anche in un tutt’uno con la sua soppressione: come drammaticamente realizzato dai regimi fascisti. Regimi che avevano realizzato la cancellazione delle libertà politiche al fine di riformare quelle economiche, e in ultima analisi per rendere storicamente possibile il funzionamento del capitalismo19.

Ebbene, che l’Europa sia divenuta una minaccia per la società è evidente, così come l’esito di una simile situazione: una crescente richiesta di protezione da parte dello Stato che si sta concretizzando in ricette molto simili a quelle da ultimo richiamate: le ricette che comprendono una compressione delle libertà politiche. E che in ultima analisi neppure realizzano efficaci riforme delle libertà economiche: più spesso alimentano valori premoderni al fine di rimpiazzare il conflitto redistributivo con un conflitto di civiltà, buono solo a sostenere la modernità capitalista20.

Questa ultima annotazione ci porta a mettere in luce una vicenda su cui varrebbe la pena di concentrarsi durante la “vigile attesa”: la centralità del conflitto sociale, forse più della mancanza di “combustibile spirituale” (199), come motore per produrre nuove forme di collaborazione in area europea capaci di valorizzare la partecipazione democratica, e per questo di alimentare la pace e la giustizia sociale. Il tutto per giungere finalmente a “una presa di coscienza forte” e per il suo tramite produrre “una vera e propria rivoluzione culturale” (197 ss.), indispensabile a orientare il recupero di spazi di sovranità statale: a renderlo uno strumento attraverso cui collegare il conflitto sociale alla decisione politica e ribaltare così la morsa del federalismo hayekiano.

E a proposito di ruolo del diritto. Da qualche tempo i cultori del diritto europeo sono percepiti come prigionieri di una sorta di idolatria del loro oggetto di studio, e criticati per la loro scarsa prepensione all’esercizio di una pratica ritenuta fondativa dello statuto dello studioso: l’analisi critica. Forse è presto per pronosticare un declino della disciplina, ma non anche per registrare un aumento di interesse per il diritto internazionale. Ad esso, infatti, occorre rivolgersi per ridefinire la relazione fra Stati in un contesto europeo nel quale la dimensione nazionale torna a essere protagonista.

Il dritto internazionale possiede del resto gli strumenti per mettere a fuoco i termini di un simile protagonismo. Non si tratta invero di recuperare i paradigmi vestfaliani, relativi cioè all’epoca in cui gli Stati si emanciparono dai poteri universali, impero e papato, e affermarono il loro protagonismo assoluto sulla scena internazionale21. Nel tempo il contesto internazionale è dominato da principi che addomesticano l’esercizio delle prerogative statuali secondo parametri in linea con quanto sintetizzato dalla Costituzione italiana: che si promuovono “limitazioni di sovranità” solo se “in condizioni di parità con gli altri Stati” e solo se volte a promuovere “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11).

Appunto: limitazione e non cessione di sovranità, in condizioni di parità e non di soggezione e soprattutto per finalità molto diverse da quelle concernenti la costruzione di mercati e il varo di monete senza Stati. Insomma, l’Unione europea deve essere smontata anche e soprattutto per ritrovare una sintonia tra la collocazione dell’Italia nella comunità internazionale e quanto prescrive nel merito la Carta fondamentale.

ALESSANDRO SOMMA *Professore ordinario di Diritto comparato presso l’Università di Roma La Sapienza


Note

1 G. Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Roma, Fazi editore, 2025, p. 3 ss. D’ora in poi, i numeri fra parentesi nel testo si riferiscono alle pagine di questo saggio.

2 Da ultimo G. Azzariti, S. Bagni, M. Carducci e A. Somma (a cura di), Mercato istituzioni e regole. Sul difficile dialogo tra diritto ed economia, Roma, Sapienza Università Editrice, 2025, www.editricesapienza.it/sites/default/files/6480_9788893773812_Mercato_istituzioni_regole_eBook.pdf.

3 E. Mostacci, La sindrome di Francoforte: crisi del debito, costituzione finanziaria europea e torsioni del costituzionalismo democratico, in Politica del diritto, 2013, p. 481 ss. e A. Guazzarotti, Debito e democrazia. Per una critica del vincolo esterno, Milano, Egea, 2024, p. 89 ss.

4 Cfr. S. D’Andrea (a cura di), Serve meno Europa? Domande radicali sull’Unione europea, Roma, Rogas, 2025.

5 F. Losurdo, Lo Stato sociale condizionato. Stabilità e crescita nell’ordinamento costituzionale, Torino, Giappichelli, 2016 e M. Dani e A. J. Menéndez, Costituzionalismo europeo. Per una ricostruzione demistificatoria del processo di integrazione europea, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2022.

6 Rapporto al Consiglio ed alla Commissione sulla realizzazione per fasi dell’unione economica e monetaria nella Comunità, in Bollettino delle Comunità europee, 1970, Suppl. 11.

7 Per tutti R. Abdelal e R. Bouyssou, Le consensus de Paris: la France et les règles de la finance mondiale, in Critique internationale, 28, 2005, p. 87 ss e G. Azzariti, Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio, Roma e Bari, Laterza, 2021, p. 156 ss.

8 O. Chessa, La Costituzione della moneta. Concorrenza, indipendenza della Banca centrale, pareggio di bilancio, Napoli, Jovene Editore, 2016.

9 F.A. von Hayek, Le condizioni economiche del federalismo tra Stati (1939), Soveria Mannelli, 2016, p. 58 ss.

10 Tanto che il suo inizio può essere fatto coincidere con il varo del Piano Marshall: cfr. A. Somma, Il mercato delle riforme. Appunti per una storia critica dell’Unione europea, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 2018, p. 167 ss.

11 D. Haselbach, Autoritärer Liberalismus und Soziale Marktwirtschaft. Gesellschaft und Politik im Ordoliberalismus, Baden-Baden, Nomos, 1991, p. 12.

12 A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 e T. Fazi e W. Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Milano, Meltemi, 2018.

13 Cfr. A. Somma, Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale, Roma, Rogas, 2021.

14 W. Hallstein, Europe in the Making (1969), London, George Allen & Unwin, 1972, p. 30 ss.

15 Cfr. Rinnovamento europeo – Discorso sullo stato dell’Unione del 28 settembre 2011, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/SPEECH_11_607.

16 Lo studio trova riscontro il D. Meyer, Euro-Krise: Austritt als Lösung?, Berlin etc., 2012.

17 M. Hesse et al., Am Abgrund, in Der Spiegel del 28 novembre 2011, www.spiegel.de/spiegel/print/d-82244908.html.

18 Si pensi al celeberrimo discorso di Robert Schuman del 9 maggio 1950, dal quale prende corpo la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), con cui si invita a “mettere l’insieme della produzione franco tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta autorità” aperta all’adesione di altri Stati europei al fine di eliminare “il contrasto secolare tra la Francia e la Germania” (v.lo ad esempio in Une Europe pour la paix, Paris, Points, 2011, p. 9).

19 K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Torino, Einaudi, 1974.

20 Cfr. A. Somma, Sovranismi. Stato popolo e conflitto sociale, Roma, Derive Approdi, 2018, p. 131 ss.

21 E. Cannizzaro, La sovranità oltre lo Stato, Bologna, Il Mulino, 2020.

COME TI SPIANO I SITI WEB

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Drammatico parapiglia tra alcuni familiari delle vittime della strage di Crans-Montana e i coniugi Moretti

Crans-Montana, 12 febbraio 2026 – Drammatico parapiglia tra alcuni familiari delle vittime della strage di Crans-Montana e i coniugi Moretti pochi minuti prima dell’inizio dell’interrogatorio di Jessica per l’inchiesta sull’incendio al loro locale Le Constellation. Gli indagati sono arrivati scortati dalla polizia e accompagnati dai loro avvocati, ma la situazione è sfuggita di mano e i familiari presenti, meno di una decina, si sono avventati contro di loro.

Spintoni, urla e accuse, a favore di telecamere. “Assassini”, “Siete dei mostri. Come avete fatto a mangiare, a dormire?”: alcune delle frasi pronunciate dai parenti. 

Scambio di battute acceso, in particolare, tra una madre e Jacques. “Siete la mafia, avete pagato 200mila franchi ed è finita!”, ha gridato la donna. “No, non c’è mafia, sono un lavoratore“, ha replicato l’uomo. “Dov’è mio figlio? Come dormite? Come mangiate? Come respirate? Mio figlio dov’è?”, ha chiesto la madre disperata. “Mi dispiace, mi dispiace, ci prenderemo le nostre responsabilità, siamo qui per la giustizia”, ha replicato Jacques.

La rabbia del padre di una vittima

“Dicono che la colpa è di Cyanne, che la colpa è del Dj, che la colpa è del Comune, ma per niente è colpa loro, solo parole e parole, questa gente non ha il cuore, solo il cuore dei soldi“, ha detto Michel Pidoux, padre di 17enne Tristan, una delle 41 vittime de Le Constellation. “Jacques ci ha detto che prenderà la sua colpa, ma non prende niente, solo parole – ha aggiunto l’uomo dopo il parapiglia –. Quando va dentro (nell’aula dell’interrogatorio ndr) non parla più, dice che è colpa di tutti meno che sua e di sua moglie”.

L’avvocato dei Moretti: “Non ci aspettavamo questo”

“Sono stati i coniugi Moretti a voler incontrare le famiglie delle vittime, lo hanno sempre detto di voler ascoltare e spiegarsi con le famiglie delle vittime affinché si possano esprimere ma questa non è una spiegazione è stata un’aggressione, l’avete vista, c’è stato uno straripamento di tipo fisico; non ci aspettavamo che non ci fosse la polizia”, ha dichiarato l’avvocato Nicola Meier, che assiste Jacques e Jessica Moretti. Anche il legale, durante una pausa dell’interrogatorio, è stato a sua volta avvicinato dal fratello di una delle vittime, aggredito verbalmente e anche strattonato.

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Jessica Moretti arriva nell’aula universitaria di Sion dove si svolge la sua audizione (Ansa)

Jessica Moretti in lacrime durante l’interrogatorio

“Ci siamo impegnati a rispondere alle domande dei famigliari. È per questo che oggi siamo passati davanti alle famiglie, poiché sapevamo che c’era un raduno”, ha dichiarato in lacrime Jessica Moretti, rivolgendosi ai legali delle parti civili. “Sapevamo che le famiglie desideravano incontrarci. Comprendiamo la vostra rabbia, il vostro odio – ha continuato –. Ribadisco che saremo presenti per rispondere a qualsiasi domanda, saremo lì per voi”.

Nel corso del suo interrogatorio, poi, ha spiegato perché si fosse subito precipitata all’esterno del locale, negli istanti immediatamente successivi all’inizio dell’incendio. “Non si può andare contro un incendio – ha detto –. E la mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile. Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso”. La donna ha poi ammesso che al Constellation “non sono mai state fatte prove di evacuazione perché nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle”.

L’imprenditrice ha anche sostenuto che, nella serata di Capodanno, ci fossero due buttafuori, ma dalla documentazione raccolta dalla procura ne risulta ingaggiato solo uno.

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Jacques Moretti protetto dalla polizia durante l’aggressione di alcuni familiari delle vittime di Crans-Montana (Ansa)

L’incontro e la stretta di mano con la madre di due ferite

Ieri, durante una pausa del lungo interrogatorio di Jacques, i Moretti hanno avuto un incontro con la madre di due ragazze gravemente ferite nel rogo di Capodanno e ancora ricoverate in ospedale. L’imprenditore si è avvicinato a Leila Micheloud, che dopo un imbarazzo iniziale, ha accettato il faccia a faccia. Immediatamente i tre sono stati portati in un’aula riservata, dove hanno potuto parlare con tranquillità. L’incontro di una trentina di minuti si è concluso con una stretta di mano. “È la prima volta – ha dichiarato Yael Hayat, avvocata di Jessica Moretti – che i coniugi Moretti hanno la possibilità di ascoltare e di dire delle cose alle vittime. Vivono la sofferenza in un isolamento totale e oggi per la prima volta una madre di due ferite ha voluto parlare loro ed è stato un momento molto importante perché le due parti hanno bisogno di ascoltarsi e parlarsi ed è l’inizio di una forma di resilienza”.

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La madre di una delle vittime di Crans-Montana contro i coniugi Moretti (Ansa)

In apertura della sua audizione Jacques Moretti aveva voluto lanciare un messaggio: “Chiedo scusa alle famiglie, nessun genitore dovrebbe vivere questa tragedia, non penso ad altro”. 

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Ecco come il Long Covid cambia il cervello con meccanismi tipici dell’Alzheime

Lo studio Usa guidato da scienziati della NYU Langone Health, finanziato dal National Institute on Aging dei National Institutes of Health (Nih) e pubblicato su Alzheimer’s & Dementia

Il Long Covid modifica il cervello attraverso meccanismi tipici della malattia di Alzheimer. Lo dimostra uno studio Usa guidato da scienziati della NYU Langone Health, finanziato dal National Institute on Aging dei National Institutes of Health (Nih) e pubblicato su ‘Alzheimer’s & Dementia’. Ricerche precedenti avevano evidenziato che il virus Sars-CoV-2 può danneggiare il plesso coroideo (Cp), una rete di vasi sanguigni rivestiti da cellule produttrici del liquido cerebro-spinale che funziona da barriera protettiva per il cervello; a livello cerebrale, il Cp regola le risposte del sistema immunitario (l’infiammazione) e l’eliminazione delle scorie.

Dal nuovo lavoro emerge che i pazienti Long Covid hanno un Cp del 10% più grande rispetto a chi ha contratto Covid ma è guarito completamente, e che l’aumento delle dimensioni del Cp si associa a livelli più alti di proteine collegate anche all’Alzheimer come la pTau217 o la proteina acida fibrillare gliale. Il team ha inoltre osservato che i pazienti Long Covid con Cp più grande ottengono risultati peggiori in media del 2% al Mini-Mental State Exam, un test che misura i cambiamenti nella memoria e nell’attenzione.

Il Long Covid e gli effetti sul cervello, la ricerca

Il Long Covid è una condizione in cui i sintomi dell’infezione causata dal coronavirus pandemico persistono per mesi o addirittura per anni dopo il contagio, ricordano i ricercatori. Finora circa 780 milioni di persone in tutto il mondo sono state infettate da Sars-CoV-2, e diverse hanno manifestato a lungo termine affaticamento, annebbiamento mentale, vertigini, perdita dell’olfatto o del gusto, depressione e molti altri sintomi.

Non è più in vigore il Trattato sul disarmo nucleare tra USA e Russia

È stato firmato nel 2010, prorogato in extremis nel 2021 e scadrà oggi, 5 febbraio 2026: si tratta del Trattato per il contenimento degli armamenti strategici New START, ultima carta siglata tra Washington e Mosca sulla proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA continuano a proporre la stesura di un accordo nuovo. Il portavoce del Cremlino aveva già ricordato che scrivere una carta da zero è «un processo lungo e complesso», sostenendo che «dopo la scadenza del New START, emergerà una lacuna nel quadro giuridico per la stabilità strategica».

Il trattato, siglato dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, prevedeva per entrambe le parti un massimo di 700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori, schierati e non, per questi vettori. Il trattato prevedeva inoltre ispezioni in loco e scambio di notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Esso rappresenta l’ultimo di una serie di accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato il 31 luglio 1991 a Mosca dai presidenti George H. W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel febbraio 2023, a un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia decise di sospendere la propria partecipazione al New START e, successivamente, Washington si rifiutò di negoziare un trattato nuovo – in particolare che non comprendesse la Cina. Nel settembre 2025, Putin si è detto favorevole a continuare a sottostare ai limiti quantitativi del trattato per un anno dopo la scadenza, ma solo a condizione che gli USA facciano lo stesso. Tuttavia, fino ad ora, Washington non ha intrapreso alcuna azione concreta per rispondere alle proposte russe.

Di fatto, secondo quanto riporta Reuters, una nuova proroga del trattato non è possibile, in quanto ne è stata già fatta una nel 2021 dall’allora presidente Biden, che accettò di allungarlo per cinque anni. In merito all’attuale scadenza, all’inizio di gennaio il presidente statunitense non si è mostrato molto preoccupato: «se scade, scade» ha dichiarato al New York Times, «ne faremo semplicemente uno migliore». Come sottolineano gli scienziati sulla rivista Bulletin of Atomic Scientists, inoltre, il trattato presentava alcune criticità: ad esempio, non limitava la quantità di armi nucleari non strategiche nè i nuovi sistemi d’arma strategici. A partire da maggio 2023, inoltre, gli USA non hanno più reso pubblico alcun dato aggregato. Barack Obama ha commentato come lasciar cadere il trattato «cancellerebbe inutilmente decenni di diplomazia e potrebbe innescare un’altra corsa agli armamenti che renderebbe il mondo meno sicuro».

Intanto, la società civile prova a intraprendere iniziative affinchè il vuoto normativo venga colmato. La rete pacifista Peace Link invita i cittadini a mobilitarsi, inviando al ministro degli Esteri del proprio Paese una lettera al fine di esercitare pressione sui governi per richiedere il rinnovo del documento. «Il New START rappresenta attualmente l’ultimo accordo esistente che limita le dimensioni degli arsenali nucleari degli Stati Uniti e della Russia. Lasciarlo scadere costituirebbe una grave battuta d’arresto nel controllo internazionale degli armamenti e renderebbe ancora più instabile una situazione globale già estremamente fragile», riporta il testo.

Valeria Casolaro

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Festa di San Valentino in cascina

Gli Amici della Cascina Linterno, nell’ambito del Programma di attività 2026, invitano tutti gli innamorati a passare un pomeriggio in Cascina, in occasione della Festa di San Valentino, per l’Evento Culturale a cura di Iolanda Maria Gramegna, con la partecipazione di Alberto Figliolia, Paola Ferrarini e Romina DemasiSan Valentino in Poesia e ProsaChiesetta di Cascina Linterno – Sabato 14 Febbraio 2026 – Ore 16,00Via Fratelli Zoia, 194 – Parco delle Cave – Milano Ci siamo, eccoci al 14 febbraio ricorrenza della festa di San Valentino.Tantissime persone nel mondo si stanno organizzando per trascorrere questa giornata con la propria dolce metà tra fiori, cioccolatini e cene a lume di candela.Ma come nasce questa festa?  Quali sono le sue origini e tradizioni?Ecco la storia e qualche curiosità:L’origine di questa festa ha radici molto lontane e ci spiega perché proprio Valentino sia il santo degli innamorati, un vescovo cristiano martire e santo nato a Interamna Nahars nel 176 e morto a Roma il 14 febbraio 273All’incontro possono partecipare poeti e scrittori con opere brevi sull’amoreLe poesie non dovranno superare i 25 versi; i racconti brevi i 7.500 caratteri spazi compresi Iscrizione entro il 7 Febbraio 2026 con e-mail a: iolanda.gramegna@hotmail.itProgramma:Breve storia di San Valentino e il modo di festeggiarlo nel tempo e nel mondoRassegna di lettura di poesie e proseRistoro finale in Sala Emilio Porro con the caldo e biscottiPosti limitatiPrenotazione obbligatoria direttamente dal sito www.cascinalinterno.itPer info dettagliate sull’evento: 328 676 7351Vi aspettiamo numerosi e … Passa Parola!!!Amicilinterno@libero.it – info@cascinalinterno.it – 334 738 1384Facebook: Cascina Linterno (Linterno AgriCultura) – Instagram: @cascinalinterno.agriculturaNon vedi bene questa mail? Guardala nel browserNon sei interessato a ricevere le e-mail dagli Amici della Cascina Linterno? Disiscriviti qui 

Sergey Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa

È difficile accusarci di “seminare zizzania”. È l’Europa che ha cercato e cerca ancora di “seminare zizzania” tra la Russia e gli Stati Uniti, individuando nella politica USA del presidente Donald Trump, a loro avviso, un’“inclinazione” in favore della Russia e a scapito degli interessi europei.

La parola “interessi” è qui particolarmente rilevante. Quando un Paese, come la Russia, come i nostri amici in Cina, negli Emirati Arabi Uniti, in India e in altri Stati, difende i propri interessi, viene trattato di conseguenza. Ma anche nel caso della maggior parte delle élite europee, che hanno sostituito ai propri interessi quelli del regime ucraino, sfruttandolo in tutti i modi possibili per combattere apertamente la Russia e che si preparano in modo esplicito a essere coinvolti in una guerra, anche nei loro confronti, è probabile, ci si comporterà di conseguenza.

AMBASCIATA RUSSA ROMA