Presentazione del libro: “Poetando tra i fornelli” – Collana Indaco PoesiaPoesie di Fabio Clerici e ricette di Maria Antonella CaloprestiSabato 18 Aprile 2026 – Ore 16 – Chiesetta di Cascina LinternoVia F.lli Zoia, 194 – Parco delle Cave – 20152 -Milano
Performance di cucina narrativa dell’autore Fabio Clerici, versi e sapori in un viaggio sensoriale tra cucina e poesia. Ogni spettatore avrà la possibilità di leggere una breve riflessione o poesia sull’argomento (cibo, pietanze, ingredienti ecc.) Coordina e interagisce con l’AutoreGiuseppe LECCARDI, poeta e socio dell’Associazione “Amici Cascina Linterno”Info: 373 721 6873 (Giuseppe Leccardi)Partecipazione libera, con gradito contributo di cortesia – Prenotazioni dal sito: www.cascinalinterno.itEmail: amicilinterno@libero.it – info@cascinalinterno.it – Facebook: Cascina Linterno (Linterno AgriCultura)Instagram: @cascinalinterno.agriculturaAutobus 67 da M1 “Bande Nere”, 49 da M1 “Inganni” e M5 “San Siro”, 63 e 78 da M1 “Bisceglie”
C’è un nuovo rischio per le compagnie aeree: non solo l’aumento alle stelle del prezzo del carburante, ora l’approvvigionamento di carburante è diventato un’incognita da quando la guerra in Medio Oriente ha chiuso lo stretto di Hormuz (vedere il Sole 24 Ore del 31 marzo). Nella crisi più profonda dalla pandemia per il trasporto aereo che ha già portato a migliaia di cancellazioni dei voli nella zona del Golfo per la chiusura dello spazio aereo, le conseguenze del protrarsi della crisi si stanno diffondendo a macchia d’olio arrivando in Europa con il rischio di mettere a terra centinaia di aerei per la mancanza di carburante.
L’allarme delle compagnie aeree europee
Le due più importanti compagnie aeree europee, la low cost Ryanair e la tedesca Lufthansa, hanno lanciato l’allarme sui rischi di approvvigionamento degli gli hub europei. La prima conseguenza potrebbe essere la messa a terra fino a 40 aerei degli aerei, in piena stagione estiva, nel caso di Lufthansa. Nessuna decisione è stata presa al momento, ma secondo il ceo Carsten Spohr l’aumento dei costi del carburante si ripercuoterà anche sui prezzi dei biglietti. Il governo del cancelliere Merz è già intervenuto approvando un piano per ridurre la tassa sul traffico aereo a partire da luglio, nel tentativo di rilanciare il settore dell’aviazione.
Il secondo allarme arriva dal numero uno di Ryanair, Michael O’Leary secondo il quale la fornitura di carburante per aerei all’Europa potrebbe subire interruzioni a partire da giugno se il conflitto in Medio Oriente non si concluderà entro il prossimo mese, costringendo potenzialmente la compagnia aerea e i suoi concorrenti a valutare la cancellazione dei voli per la stagione estiva. «Se questo (il conflitto) dovesse continuare fino alla fine di aprile, rischieremmo un’interruzione delle forniture all’inizio di giugno. Se dovesse protrarsi fino a maggio, non sappiamo cosa succederà – ha dichiarato O’Leary – . Se ci fosse un rischio per il 10% o il 20% delle forniture di carburante a giugno, luglio o agosto, noi e altre compagnie aeree dovremmo iniziare a valutare la cancellazione di alcuni voli o la riduzione della capacità».
Da aprile scattano i rischi di approvvigionamento
Le dichiarazioni delle compagnie aeree europee fanno seguito alle parole del direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, secondo il quale le interruzioni nell’approvvigionamento di petrolio aumenteranno ad aprile e inizieranno a ripercuotersi sull’economia europea, con la carenza di carburante per aerei e gasolio.
Al di là del fatto che il conflitto continui ad intensificarsi o che venga raggiunto un accordo di cessate il fuoco, la seconda metà di aprile si preannuncia come il periodo critico in cui l’impatto della guerra si farà sentire sulla catena di approvvigionamento energetico dell’aviazione europea: una carenza che si riflette sui prezzi, che hanno raggiunto i massimi degli ultimi 40 mesi.
I paesi mediterranei quelli più esposti
L’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) stima che circa il 25-30% della domanda europea di carburante per aerei provenga dalla regione del Golfo, il che, secondo l’associazione, la rende una delle aree più esposte. I paesi mediterranei come Spagna, Italia e Grecia sono i più dipendenti dalle rotte delle petroliere attraverso il Canale di Suez e il Mediterraneo orientale. Mentre i nodi dell’Europa settentrionale, alimentati principalmente da raffinerie del bacino atlantico e reti di gasdotti, sono relativamente isolati.
L’Europa ha poche opzioni per sostituire i flussi di carburante persi a seguito dell’interruzione di Hormuz. Vi è una scarsissima offerta proveniente dai porti mediorientali al di fuori dello stretto, come i porti sauditi del Mar Rosso e dell’Oman, i quali pur avendo incrementato i movimenti non sono sufficienti per colmare la domanda. A questo si aggiungono le restrizioni imposte dalla Cina e dalla Corea del Sud a protezione delle loro rispettive economie. L’attenzione si sta spostando sul bacino atlantico e sull’Africa occidentale, ma improbabile che i volumi disponibili compensino completamente il gap.
Le scorte di carburante si esauriranno presto
L’Europa dispone di scorte di carburante per aerei che al momento non mostrano segnali di esaurimento. Tuttavia, tali scorte potrebbero iniziare a diminuire a partire da maggio, man mano che i barili verranno consumati.
E’ a quel punto che potrebbero verificarsi carenze e i contratti di copertura contro il rischio di aumento del prezzo del carburante diventeranno irrilevanti. Secondo l’agenzia europea Scope rating, «Se il conflitto dovesse protrarsi abbastanza a lungo da compromettere in modo significativo le operazioni delle raffinerie del Golfo, il transito nello Stretto di Hormuz e le rotte delle petroliere nel Mediterraneo, ciò che determinerà quali vettori continueranno a volare non sarà una posizione in derivati a copertura dell’esposizione alla volatilità dei prezzi del carburante per aerei, bensì la possibilità stessa per le compagnie aeree di procurarsi fisicamente il carburante». A quel punto anche se il conflitto sarà di breve durata, il suo impatto si farà sentire sul lungo termine.
Diatribe e scandali travolto la questione dello Stadio di San Siro, uno stadio a cui tutti i milanesi sono affezionati, uno stadio conosciuto in tutto il mondo per merito delle glorie calcistiche del nostro Paese.
Il progetto di abbattere lo stadio è una grande ferita al cuore dei tifosi e a quello di tutti i cittadini di Milano i quali giorno per giorno vengono privati di pezzi memorabili della loro città con la scusa di inseguire la modernità.
In molti paesi del mondo si persegue la mordenizzazione delle strutture proprio utilizzano il vecchio esistente, nelle fabbriche dismesse trovano ora posto grandi magazzini, nelle vecchie stazioni si possono trovare originalissimi ristoranti e via di questo passo.
Milano è l’unica città al mondo che cancella la sua storia abbattando le industrie che hanno fatto vivere ls città per decenni, cancellando quartieri storici per sostituire le villette con asettici grattacieli.
Questo modo di comportarsi ricade sulle amministrazioni comunali che si susseguono nella città, in particolare l’amministrazione Sala a cui daremo l’oscar del cattivo gusto.
La città vive anche dei ricordi dei suoi cittadini, i miei ricordi sono stati tutti cancellati ed erano ricordi di una generzione che a Milano ha dato tanto, ora toccherà allo Stadio di San Siro e questo è quasi un crimine.
Si stima che nel mondo il morbo di Alzheimer colpisca oltre 55 milioni di persone e i casi sono destinati ad aumentare. Nel 2030, infatti, si ritiene che le diagnosi saranno circa 78 milioni e ben 139 milioni entro il 2050.Questa non rosea prospettiva ci fa comprendere quanto sia necessario individuare la malattia per tempo.
Gli scienziati statunitensi della Duke Health, guidati dal professore Bradley J. Goldstein, hanno messo a punto un test nasale rapido eseguito in laboratorio in grado di scoprire i primi cambiamenti biologici legati all’Alzheimer anche prima dell’avvento dei problemi cognitivi e di memoria. Lo studio è stato pubblicato su “Nature Communications”.
Il ruolo dei fattori di rischio nel morbo di Alzheimer
Tipica soprattutto degli over 65, il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa caratterizzata da una perdita delle funzioni cognitive progressiva e irreversibile. Il cervello dei pazienti va incontro a diversi gradi di atrofia.
Oltre alla degenerazione, si assiste anche ad una riduzione della reattività dei neurotrasmettitori e a diverse anomalie del tessuto cerebrale. Si pensi ai depositi di beta-amiloide, alle placche senili e agli alti livelli di proteina Tau.
Le cause dell’Alzheimer non sono ancora note. Il 90% dei casi si manifesta in assenza di ereditarietà e solo nel 10% delle diagnosi si riscontra un’effettiva familiarità. La scienza ha individuato dei fattori di rischio in grado di favorirne la comparsa.
Tra questi figurano l’obesità, l’ipertensione, il diabete di tipo 2, l’ipercolesterolemia, i traumi cranici. Ancora il fumo di sigaretta, l’abuso di alcol, l’isolamento sociale e la depressione.
Il tampone nasale rapido
La procedura per la raccolta delle cellule nasali è semplice e richiede solo pochi minuti. Dopo aver applicato uno spray anestetico, un medico guida un piccolo pennello nella partesuperiore del naso.
Qui si trovano le cellule nervose responsabili della percezione degli odori. Una volta raccolte, le cellule vengono esaminate per vedere quali geni sono attivi. Questi ultimi sono, dunque, una spia di ciò che sta accadendo all’interno del cervello.
Il naso rappresenta un punto di accesso privilegiato per lo studio del cervello. L’epitelioolfattivo, infatti, contiene neuroni che sono in contatto diretto con l’ambiente esterno. Essi proiettano i loro assoni verso il bulbo olfattivo nel sistema nervoso centrale.
L’analisi dell’attività genica nelle cellule raccolte mediante tampone consente di osservare lo stato dei neuroni e la risposta delle cellule immunitarie locali. In questo modo si possono individuare alterazioni metaboliche cellulari e stati infiammatori, entrambi processi precoci nella neurodegenerazione.
I risultati dello studio
Per lo studio sono stati confrontati i campioni di 22 partecipanti ed è stata misurata l’attività di migliaia di geni in centinaia di migliaia di singole cellule, per un totale di milioni di data point.
Un punteggio genetico combinato, basato sull’analisi del tessuto nasale, ha distinto in maniera corretta i soggetti con Alzheimer in fase iniziale e clinica dagli individui sani di controllo nell’81% dei casi.
Quindi il tampone nasale è stato in grado di rilevare precocemente i cambiamenti nelle cellule nervose e immunitarie e ciò è avvenuto anche per le persone che ancora non manifestavano i sintomi del disturbo.
Prospettive future
Gli scienziati sono ottimisti. Se fino a questo momento le conoscenze sull’Alzheimer derivavano da tessuti prelevati durante le autopsie, ora sarà possibile studiare il tessuto neurale vivente.Sono tuttavia necessari ulteriori approfondimenti.
Succede a Bollate (Milano): ecco di che tipo di specie si tratta e cosa fare
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Il Comune alle prese con i serpenti nelle aree verdi
roppi serpenti, in particolare in una zona della città, nelle aree verdi pubbliche e nei giardini privati. Succede a Bollate (Milano), dove l’amministrazione comunale ha annunciato provvedimenti. Si tratta comunque di specie non velenosi, ha rassicurato il Comune. I serpenti avvistati sono ‘biacchi’ (bisce d’acqua). Si tratta di animali innocui che appartengono alle “specie protette” e non possono essere uccisi né avvelenati ma solo “contenuti nel loro ambiente”.
“In seguito a segnalazioni arrivate al Comune in merito alla presenza di bisce, in particolare nelle villette di via Coppi, il Comune informa che la situazione è nota e che Gaia Servizi è già stata allertata sul problema, con la richiesta di un rapido intervento di taglio dell’erba”, scrive l’amministrazione in una nota.
“Già da martedì – spiegano – la nostra partecipata ha iniziato l’attività e oggi sta completando il taglio nella zona. Intanto l’ufficio Ambiente si è attivato con la ditta incaricata del servizio di disinfestazione su aree comunali con l’obiettivo di mettere in atto le opportune contromisure di allontanamento per tutto il filare delle villette. L’intervento avverrà nei prossimi giorni”.
Un forte rumore, «pareva una frenata di colpo», ma poi «è arrivato il fumo, il caldo, si sono spalancate le porte e ci siamo precipitati fuori». Erano da poco passate le 9. Per fortuna, il tram 27 non era pieno, «c’erano una ventina di persone», ma in via Bruto, a Milano in zona Mecenate, sono stati momenti di panico. La dinamica non è ancora chiara ma «si vedevano fiamme forse sprigionate nella parte superiore del tram» e «è venuto giù un cavo dell’alta tensione che una volta caduto a terra, faceva scintille, con il conducente Atm e la polizia subito intervenuta che hanno bloccato il traffico e messo in sicurezza l’area per non fare avvicinare la gente, con dei bidoni della spazzatura per caso lì presenti».
Numeri da capogiro nelle zone centrali, con quotazioni medie di 11mila euro al metro quadro. La metropoli lombarda distanzia Torino, Roma e Firenze con un trend in continua crescita che turbolenze finanziarie e guerra in Medio Oriente non fanno che rafforzare
Gli italiani da sempre affezionati al mattone, negli ultimi anni hanno fatto della locazione una scelta, oltre che una necessità. Roseto, società specializzata nelle locazioni immobiliari dal 2009 agisce in modo da mettere al centro il cliente e i suoi desideri.
“Il mercato delle locazioni è cambiato nel tempo: i consumatori hanno esigenze sempre più elevate, – spiega Rocco Roggia, Amministratore Delegato di Roseto – l’azienda, quindi, si è evoluta cercando di avvicinarsi sempre più alla clientela. I clienti, italiani e stranieri, che decidono di affidarsi a Roseto, conoscono la qualità proposta dalla nostra società e sanno che i nostri professionisti li aiuteranno nella ricerca della loro abitazione”.
La varietà nella richiesta ha portato Roseto alla decisione di differenziare l’offerta abitativa attraverso due brand distinti: Roseto Home e Roseto Prestige. Il primo propone sul mercato soluzioni abitative arredate per offrire ai propri clienti immobili di qualità pronti da vivere. La firma Roseto Prestige è specializzata in affitti di prestigio, che restituiscono un’alta qualità della vitagrazie a una progettazione architettonica e di design
Il mercato delle locazioni di lusso a Milano continua a dimostrarsi stabile, sostenuto da una domanda forte e ormai consolidata. Di conseguenza, i canoni seguono l’andamento della richiesta e trovano riscontro soprattutto con la clientela internazionale, che riconosce la coerenza dei valori attualmente proposti per questo tipo di soluzioni.
“Si evidenziano due tendenze principali: da un lato vi sono clienti informati, consapevoli dell’offerta limitata nel segmento immobiliare di pregio, che avviano la ricerca con largo anticipo, generalmente tra i 4 e i 6 mesi, per assicurarsi la disponibilità dell’immobile più adatto alle proprie esigenze. Questa categoria è composta in prevalenza da clienti italiani. Dall’altro vi sono clienti meno informati, che non conoscono le peculiarità del mercato italiano di lusso, si aspettano un’ampia offerta e disponibilità immediata, rimanendo spesso sorpresi dalla scarsità di questo tipo di immobili rispetto ad altri mercati internazionali: principalmente stranieri” – dichiara Alessandro Lovato, Property Manager Roseto.
Le soluzioni abitative più richieste sono immobili di ampia metratura, con almeno quattro camere da letto. Tra le caratteristiche più apprezzate figurano terrazzi, piani alti, ambienti luminosi e soluzioni “chiavi in mano”, completamente arredate e facilmente personalizzabili. Un aspetto rilevante è l’assistenza garantita dalla proprietà durante il periodo di locazione. In questo ambito, un ulteriore elemento distintivo è la presenza di un dipartimento dedicato Facility & Maintenance, che affianca il cliente per tutta la durata della locazione, intervenendo tempestivamente per qualsiasi esigenza tecnica, assicurando un livello di servizio coerente con gli standard del mercato di alto profilo.
Fondamentale è il contesto abitativo: le residenze devono essere inserite in complessi dotati di servizi con standard internazionali, quali palestra, piscina e servizio di sicurezza, preferibilmente attivo 24 ore su 24, per rispondere alle esigenze e alle aspettative di questa specifica clientela.
A completamento dei servizi richiesti, assume crescente importanza la disponibilità di box auto, particolarmente apprezzati da chi ricerca soluzioni in zone centrali. Parallelamente, aumenta la domanda di wallbox e stazioni di ricarica dedicate, spinte dall’incremento della mobilità elettrica: un numero sempre maggiore di clienti possiede infatti vetture elettriche o ibride plugin e considera la presenza di infrastrutture di ricarica un requisito di valutazione importante.
In chiusura, va sottolineato che, nonostante il fermento generato delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, non si registrano incrementi significativi della domanda legati a questo evento. Probabilmente incide la brevità del periodo interessato, che non sembra aver influenzato in modo sostanziale le scelte di locazione di lungo termine.
ROSETO SRL – Corso Garibaldi 95 – 20121 Milano – P.IVA 06502720961 –
La fine dell’Unione Europea come orizzonte ineludibile e necessità politica.
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”1.
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche2.
L’Europa unita come causa prima del declino italiano
Guzzi muove la sua analisi da una fredda e impietosa illustrazione dei numeri che descrivono il declino italiano, per poi evidenziarne le cause: prima fra tutte la moneta unica. Questa doveva portare i benefici attribuiti “a un modello nordico ritenuto ontologicamente migliore” in ragione della sua matrice “deflazionista e mercantilista” (30 ss.). Ha invece prodotto il risultato sotto gli occhi di tutti: “ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico” (25).
Più precisamente, la moneta unica ha per un verso sottratto agli Stati nazionali le leve di politica monetaria utilizzabili per riequilibrare le economie nazionali, ovvero la possibilità di determinare il tasso di cambio e il tasso di interesse. Per un altro verso, ha reso inutilizzabili le leve di politica fiscale e di bilancio, vanificate dai presupposti per la sua adozione: i celeberrimi parametri di Maastricht3, ovvero “stringenti criteri di austerità” (38 s.). Il tutto senza che le leve di politica fiscale e di bilancio venissero “opportunamente replicate a livello europeo” (16), con effetti perversi sul lavoro, sulla crescita economica e sulla capacità di spesa pubblica: se gli Stati nazionali non possono azionare leve monetarie, allora “il prezzo su cui si interviene non è più quello della valuta ma quello del lavoro”. Il che determina una riduzione del prodotto interno lordo, con ricadute negative sulla spesa sociale e in ultima analisi sul deficit pubblico (42 s.): gli ingredienti del declino italiano.
Non solo. L’assenza di una politica fiscale e di bilancio europee implica l’impossibilità di un indebitamento comune, e questa ha effetti particolarmente destabilizzanti in ordine all’indebitamento dei Paesi europei: avviene sulla base di “una moneta che non controllano”. Il tutto nell’ambito di un sistema monetario di tipo tecnocratico, o meglio politicamente irresponsabile, per il quale non solo la Banca centrale europea “non ha alcun dovere di fare da garante per i debiti pubblici europei”, ma “anzi ciò le è esplicitamente vietato” (62). Questo, invero, porta a una situazione nella quale si finisce per “affidare al funzionamento democratico questioni di secondo o terzo ordine, mentre le vere decisioni, quelle cioè che attengono all’economia, alla moneta e ora alla geopolitica”, sono “lasciate nelle salde mani di tecnici indipendenti” (75).
E si badi che tutto ciò è avvenuto sullo sfondo di autentiche menzogne, confezionate ad arte per motivare la necessità e l’urgenza delle riforme strutturali richieste dall’Europa. Si è detto ad esempio che l’Italia era “un Paese spendaccione”, mentre “dalla firma del Trattato di Maastricht nessun Paese al mondo ha adottato misure di contenimento fiscale tanto radicali quanto l’Italia” (83). Si è poi detto che flessibilizzando il lavoro si sarebbero ottenuti vantaggi quanto ai livelli occupazionali, mentre l’unico risultato è stato la trasformazione dell’economia italiana “quasi in una economia di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del 20. secolo” (88). E lo stesso vale per le privatizzazioni e le liberalizzazioni, che hanno raggiunto livelli di primo piano, e hanno avuto come esito tutto il contrario di ciò che avrebbero dovuto realizzare: sono state alla base di un notevole impoverimento, dell’azzeramento di diritti fondamentali e non da ultimo di “un disincentivo all’innovazione” (90 ss.).
Guzzi mostra che proprio su queste menzogne si è costruito il vincolo esterno, che prende corpo con la nascita del Sistema monetario europeo: l’accordo volto a stabilizzare i cambi tra i Paesi membri dell’allora Comunità economica europea. Questo accordo costituisce invero il detonatore per almeno tre vicende di assoluto rilievo per la svolta europeista4. La prima è il varo del Piano Pandolfi: l’atto che segna l’abbandono della programmazione economica, quindi l’impegno per la moderazione salariale e la riduzione della spesa sociale per consentire così “l’accelerazione verso un processo di integrazione europea” (106 s.). La seconda è la vittoria del capitale sul lavoro rappresentata dalla celeberrima marcia dei quarantamila, la manifestazione antisindacale con cui si pone fine allo sciopero dei lavoratori Fiat contro la riduzione della manodopera motivata con la necessità di ridurre i costi di produzione, che segna “la fine di quel periodo di lotta sindacale che aveva avuto il suo apice nel biennio 1969-70” (107). La terza è il divorzio tra Ministero del tesoro e Banca d’Italia, e con ciò la fine dell’architettura istituzionale che consentiva di tenere “l’intera strategia debitoria… saldamente nelle mani della politica” (111 s.).
Torino, 14 ottobre 1980. La “marcia dei quarantamila” alla FIAT.
Sono queste le ragioni per cui il debito pubblico italiano è esploso a partire dagli anni Ottanta: il venir meno dei “presupposti monetari su cui si fondava il portato sociale della costituzione” è a esse riconducibile, e non anche a un eccesso di “manie keynesiane” unite a “sprechi pentapartitici”, come invece si usa dire (117 ss.). Più precisamente le vicende in discorso hanno comportato la necessità di accordare elevati tassi di interesse indispensabili ad attirare capitali esteri e a mantenere i tassi di cambio ai livelli imposti dal sistema monetario europeo: la necessità di assicurare “grandissime rendite finanziarie per potersi permettere la permanenza in un sistema monetario asimmetrico” (122).
Dal federalismo hayekiano all’Atto unico europeo
Anche tra i cultori del diritto, almeno tra quelli con sguardo critico sulla costruzione europea5, si rileva che questa non è nata con la sua attuale inclinazione ideologica. Del resto, sul finire degli anni Cinquanta il neoliberalismo non costituiva l’orizzonte ideologico indiscusso per definire la relazione tra ordine politico e ordine economico, il che si è per molti spetti rispecchiato nelle modalità con cui si è avviata la costruzione europea. Se non altro perché il Trattato di Roma identificava tra gli obiettivi della politica fiscale e di bilancio il mantenimento della “stabilità del livello dei prezzi”, ma anche un obiettivo di matrice keynesiana come “un alto livello di occupazione” (art. 104). Il tutto mentre sino al Piano Werner dei primi anni Settanta era diffusa la convinzione secondo cui la definizione di una politica monetaria comune doveva essere accompagnata, se non preceduta, da una politica fiscale e di bilancio comune. Si voleva cioè stabilire prima una gerarchia tra controllo dell’inflazione e promozione dell’occupazione, per poi identificare politiche monetarie conseguenti: di tipo restrittivo se doveva prevalere il primo aspetto ed espansionista se si voleva puntare sul secondo6.
Guzzi illustra al meglio i termini di un profondo mutamento di paradigma che inizia ad affermarsi sul finire degli anni Settanta. Un paradigma che diviene senso comune per effetto di trasformazioni che prendono corpo in area francese7, per poi divenire il mantra ispiratore delle politiche intraprese dalle Commissioni europee presiedute da Jacques Delors a partire dalla metà degli anni Ottanta. Politiche significativamente inaugurate dall’Atto unico europeo del 1986, il cui contenuto centrale concerne non a caso la realizzazione delle condizioni per attuare il principio della libera circolazione dei capitali.
Jacques Delors (1925-2023)
Questo principio era previsto dal Trattato di Roma, ma era rimasto lettera morta in virtù di una massima recepita nello statuto del Fondo monetario internazionale: quella per cui è opportuno che le merci circolino liberamente, ma lo stesso non vale per i capitali, per i quali si “possono esercitare gli opportuni controlli per regolamentare i movimenti” (art. 6). Il tutto sul presupposto che, se i capitali sono liberi di circolare, gli Stati sono costretti ad adottare politiche volte ad attirare investitori internazionali, ovvero a favorire l’abbattimento dei salari e della pressione fiscale sulle imprese, rendendo così impraticabili approcci all’ordine economico di matrice keynesiana.
A ciò si aggiunga la scelta di non definire una politica fiscale e di bilancio comune, o meglio di farlo indirettamente stabilendo una politica monetaria comune di matrice neoliberale: quella ricavata dai parametri di Maastricht. Con il risultato che, se anche la prima politica rientra formalmente tra le competenze esclusive del livello nazionale, essa finisce per essere imposta sulla base di canoni tutti incentrati su tematiche neoliberali e dunque su modelli riassunti al meglio dai parametri in discorso8.
Guzzi illustra al meglio le conseguenze della “perdita di leve importanti di politica economica e monetaria degli Stati nazione, senza che esse siano state opportunamente replicate a livello europeo” (16). Si potrebbe forse sottolineare quanto una simile situazione non indichi una incompletezza della costruzione europea, bensì il senso di un pieno successo circa il modo di concepirla: esattamente come “l’Euro può essere rivendicato come uno dei pochi successi degli economisti” (131). Il disaccoppiamento delle politiche monetarie da un lato e fiscali e di bilancio dall’altro, in effetti, corrisponde a un preciso modello di federalismo identificato sul finire degli anni Trenta da Friedrich von Hayek e per questo a buon titolo definibile in termini di federalismo neoliberale.
Nel merito l’economista austriaco non si concentrava più di tanto sull’architettura istituzionale da adottare. Si concentrava piuttosto su quanto reputava un compito fondamentale dell’entità federale, ovvero l’eliminazione di ogni ostacolo alla libera circolazione dei fattori produttivi in quanto espediente attraverso cui ottenere la moderazione fiscale degli Stati membri: una pressione fiscale elevata “spingerebbe il capitale e il lavoro da qualche altra parte”. La libera circolazione consentiva insomma di spoliticizzare l’ordine economico, dal momento che sottraeva alle “organizzazioni nazionali, siano esse sindacati, cartelli od organizzazioni professionali”, il “potere di controllare l’offerta di loro servizi e beni”. Di più: se lo Stato nazionale alimentava “solidarietà d’interessi tra tutti i suoi abitanti”, la federazione impediva legami di “simpatia nei confronti del vicino”, tanto che diventavano impraticabili “persino le misure legislative come le limitazioni delle ore di lavoro o il sussidio obbligatorio di disoccupazione”9.
La moneta unica come mito fondativo della costruzione europea
Tra le parti più suggestive del saggio di Guzzi rientra indubbiamente quella dedicata alla ricerca delle ragioni profonde del declino indotto dall’Unione europea, ovvero dei meccanismi per i quali un simile destino si è affermato come orizzonte ineluttabile e indiscutibile. È una ricerca che riguarda le radici del declino, ma anche e soprattutto l’incapacità di vederle o quantomeno l’indisponibilità a tematizzarle, a farle emergere dalla cortina fumogena di un “conformismo strisciante” che avvolge tutto e tutti (134).
L’originalità dell’approccio di Guzzi non sta tanto nell’analisi dedicata alle radici più “materiali del declino”: quelle che attengono alla volontà di ripristinare la primazia del capitale sul lavoro (136 ss.), di modificare di conseguenza la costituzione materiale del Paese neutralizzando l’ispirazione democratica e sociale della Carta (151 ss.), e a monte di assicurare una collocazione geopolitica capace di fare i conti con le ricadute dell’intima ispirazione atlantista della costruzione europea (144 ss.)10. Di particolare interesse sono invero le riflessioni dedicate alla “precondizione culturale per la costruzione dell’Unione europea”: a quanto ha consentito che si instaurasse “il clima culturale da fine della storia che si respirava a inizio anni Novanta… la sensazione di essere prossimi a una transustanziazione della globalizzazione capitalista in una unione irenica tra i popoli… la percezione di una prossima liberazione antropologica oltre le gabbie asfittiche del Novecento” (132).
Guzzi richiama nel merito la valenza simbolica della moneta unica, da intendersi alla luce del periodo in cui si è affacciata sulla scena: gli anni in cui sono entrate in crisi le forze politiche che hanno tradizionalmente incarnato le ideologie poste a fondamento dalla Carta fondamentale. La Democrazia cristiana era implosa in un tutt’uno con il sistema di potere che aveva creato e alimentato, e lo stesso era accaduto al Partito socialista, mentre il Partito comunista era invece vittima della implosione del Socialismo reale. Ciò che accomunava queste forze politiche, aggiunge Guzzi, era “un rapporto mai esaurito con una sfera spirituale magari laica e del tutto secolarizzata”, ma comunque espressiva di una tensione ideale che doveva in qualche modo riattivarsi sotto nuove spoglie (157 ss.). Di qui la valenza simbolica acquisita dall’integrazione europea e più precisamente dalla moneta unica, che è divenuta “la grande narrazione sostitutiva” comunicata “come un immenso surrogato politico ideologico”, oltre che un espediente “per risolvere la crisi spirituale della politica italiana senza doverla realmente affrontare” (161).
A ben vedere, non è la prima volta che una moneta collegata a progetti neoliberali assolve alla funzione di mito fondativo di una identità collettiva: era già successo con il Marco tedesco alla rinascita della democrazia tedesca dopo il crollo del nazismo sulla spinta delle forze conservatrici11. Questa volta, però, il tutto avviene con il sostegno di forze politiche che non provengono da una tradizione neoliberale, come in particolare il Partico comunista e i suoi eredi. Siamo del resto negli anni in cui proprio la sinistra storica occidentale fornisce un contributo fondamentale all’affermazione del nuovo credo12, a cui aderisce con “la radicalità dogmatica dei neoconvertiti” (7), con acrobazie retoriche che in Italia hanno raggiunto vette assolutamente ragguardevoli. Lo testimonia in particolare la riesumazione del Manifesto di Ventotene, e tra i suoi autori di quell’Altiero Spinelli che si sarebbe altrimenti ricordato, o più probabilmente scordato, come un personaggio confuso e irrisolto, se solo non fosse stato utile a legittimare la svolta neoliberale della sinistra storica italiana13.
È appena il caso di segnalare a questo punto che anche il diritto, oltre alla moneta, è stato utilizzato come feticcio e “surrogato politico ideologico” (161) per fornire all’Europa unita una qualche tensione ideale. Il processo di unificazione non ha invero conosciuto una fase costituente, che coincide di norma con eventi tanto drammatici da poter fungere alla stregua di momento fondativo di un processo complesso come la nascita di una comunità politica. Non l’ha conosciuto e neppure poteva conoscerlo, se non altro perché non esiste un popolo europeo in quanto soggetto motore del processo costituente (169 s.): aspetto su cui peraltro insiste il federalismo hayekiano per presidiare l’essenza neoliberale della costruzione europea.
Proprio per questo l’Europa unita ama definirsi come “comunità di diritto”: creata dal diritto nella sua essenza di “forza intellettuale e culturale” alternativa alla forza della “conquista”, fonte di diritto in quanto possiede un “potere statuale di legiferare”, strutturata sotto forma di sistema di diritto condizionante i comportamenti dei Paesi membri e dell’“uomo della strada”14. Non è peraltro un caso se in questa formula non compaiono riferimenti alle vicende care al costituzionalismo democratico e sociale: fu coniata dal primo presidente della Commissione europea, quel Walter Hallstein ricordato soprattutto per il suo imbarazzante passato nazista. È del resto una formula espressiva della volontà di concepire lo spazio europeo come spazio spoliticizzato e liberato dal conflitto sociale: su questo apsetto torneremo fra breve.
Il momento Polanyi e il destino dell’Europa
Berlino 2007. Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Barroso durante le celebrazioni per i 50 anni dell’Europa unita
La dissoluzione dell’Unione europea e comunque la “riacquisizione di sovranità da parte degli Stati” costituisce il naturale approdo della riflessione di Guzzi (168), il quale non condanna l’unita europea in quanto tale, bensì l’attuale modo di concepirla: occorre “disfare, tornare indietro per un po’ di tempo, imparare la lezione e poi ragionare insieme su come costruire altre forme di collaborazione”. Per giungere a “una nuova Europa che non si fondi più sulla strutturale disattivazione della sovranità popolare ma sulla cooperazione paritetica tra Stati, sulla giustizia sociale, sulla pace” (8).
Il modo più diretto per giungere a questo risultato è ovviamente l’uscita dell’Italia dall’Unione europea e con ciò dall’Eurozona, soluzione che si riconosce essere particolarmente problematica in quanto comporta inevitabilmente la necessità di affrontare una crisi. E tuttavia Guzzi documenta che, sebbene “nel breve periodo ci sarebbe da sostenere uno shock”, così non sarebbe nel medio e nel lungo termine: “se l’alternativa è la permanenza alle attuali condizioni, il sacrificio di uscire sarebbe minore rispetto ai costi che avremmo rimanendo” (177 ss.). Ovviamente, sulle concrete modalità si può discutere e in effetti questi aspetti sono al centro di aspre controversie, tanto quanto quelle concernenti le conseguenze di un simile gesto. Un aspetto pare tuttavia poco contestabile: se si decide di uscire, allora occorre farlo ricorrendo all’effetto sorpresa e quindi preparare il tutto “nella massima riservatezza” (179).
Che questo sia il modo di operare lo sostengono anche i tedeschi, che in effetti si sono preparati ad agire così ai tempi della crisi del debito sovrano per reagire al modo di affrontarla suggerito dall’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Questi aveva sponsorizzato una prudente emissione di debito comune, i cosiddetti Eurobond, peraltro a beneficio dei soli Paesi disposti ad adottare “tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina”15. La proposta si infranse però contro l’invincibile ostilità tedesca, che all’epoca venne espressa con particolare veemenza: fu all’origine di uno studio commissionato dall’esecutivo all’Università delle forze armate tedesche sul modo di attuare nell’arco di pochi giorni l’uscita dall’Eurozona16, considerata un’opzione da prendere in considerazione in quanto fonte di oneri minori rispetto a quelli riconducibili a un sistema di condivisione dei rischi17.
Guzzi si sofferma poi su un diverso modo di misurarsi con la dissoluzione dell’Unione europea, ovvero con la preparazione alle sue ricadute attraverso una “vigile attesa”: quella in vista della possibile se non probabile scelta di Francia o Germania di “spegnere il motore” di una architettura finalmente vista come un “ostacolo ai propri interessi” (189 ss.). L’idea di prepararsi alla dissoluzione dell’Unione europea, per ironia della sorte provocata dai Paesi la cui conciliazione dopo decenni di conflitti ha fornito un fondamentale impulso alla costruzione europea18, è in effetti il punto di riferimento fondamentale per riflettere sul “che fare”.
Karl Polanyi (1886-1964)
Del resto, che la dissoluzione dell’Unione europea sia un esito ineludibile lo ricaviamo da quanto osservato da Karl Polanyi ben prima che si intraprendesse il percorso verso l’unificazione europea. Il fondatore dell’antropologia economica aveva analizzato le vicende che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento, mettendo in luce come la pressante richiesta di protezione sociale fosse la conseguenza di una espansione dei mercati particolarmente minacciosa per la società. Polanyi aveva poi rimarcato come la richiesta di protezione implicasse un ripristino della dimensione nazionale: la risocializzazione dei mercati doveva necessariamente invertire la tendenza alla loro denazionalizzazione, come sappiamo funzionale e impedire scelte incompatibili con la diffusione del modo neoliberale di concepire la relazione tra ordine politico e ordine economico. Sempre Polanyi aveva infine sottolineato come la protezione sociale potesse essere assicurata nel rispetto dell’ordine democratico, come avvenuto con il New Deal, ma anche in un tutt’uno con la sua soppressione: come drammaticamente realizzato dai regimi fascisti. Regimi che avevano realizzato la cancellazione delle libertà politiche al fine di riformare quelle economiche, e in ultima analisi per rendere storicamente possibile il funzionamento del capitalismo19.
Ebbene, che l’Europa sia divenuta una minaccia per la società è evidente, così come l’esito di una simile situazione: una crescente richiesta di protezione da parte dello Stato che si sta concretizzando in ricette molto simili a quelle da ultimo richiamate: le ricette che comprendono una compressione delle libertà politiche. E che in ultima analisi neppure realizzano efficaci riforme delle libertà economiche: più spesso alimentano valori premoderni al fine di rimpiazzare il conflitto redistributivo con un conflitto di civiltà, buono solo a sostenere la modernità capitalista20.
Questa ultima annotazione ci porta a mettere in luce una vicenda su cui varrebbe la pena di concentrarsi durante la “vigile attesa”: la centralità del conflitto sociale, forse più della mancanza di “combustibile spirituale” (199), come motore per produrre nuove forme di collaborazione in area europea capaci di valorizzare la partecipazione democratica, e per questo di alimentare la pace e la giustizia sociale. Il tutto per giungere finalmente a “una presa di coscienza forte” e per il suo tramite produrre “una vera e propria rivoluzione culturale” (197 ss.), indispensabile a orientare il recupero di spazi di sovranità statale: a renderlo uno strumento attraverso cui collegare il conflitto sociale alla decisione politica e ribaltare così la morsa del federalismo hayekiano.
E a proposito di ruolo del diritto. Da qualche tempo i cultori del diritto europeo sono percepiti come prigionieri di una sorta di idolatria del loro oggetto di studio, e criticati per la loro scarsa prepensione all’esercizio di una pratica ritenuta fondativa dello statuto dello studioso: l’analisi critica. Forse è presto per pronosticare un declino della disciplina, ma non anche per registrare un aumento di interesse per il diritto internazionale. Ad esso, infatti, occorre rivolgersi per ridefinire la relazione fra Stati in un contesto europeo nel quale la dimensione nazionale torna a essere protagonista.
Il dritto internazionale possiede del resto gli strumenti per mettere a fuoco i termini di un simile protagonismo. Non si tratta invero di recuperare i paradigmi vestfaliani, relativi cioè all’epoca in cui gli Stati si emanciparono dai poteri universali, impero e papato, e affermarono il loro protagonismo assoluto sulla scena internazionale21. Nel tempo il contesto internazionale è dominato da principi che addomesticano l’esercizio delle prerogative statuali secondo parametri in linea con quanto sintetizzato dalla Costituzione italiana: che si promuovono “limitazioni di sovranità” solo se “in condizioni di parità con gli altri Stati” e solo se volte a promuovere “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11).
Appunto: limitazione e non cessione di sovranità, in condizioni di parità e non di soggezione e soprattutto per finalità molto diverse da quelle concernenti la costruzione di mercati e il varo di monete senza Stati. Insomma, l’Unione europea deve essere smontata anche e soprattutto per ritrovare una sintonia tra la collocazione dell’Italia nella comunità internazionale e quanto prescrive nel merito la Carta fondamentale.
ALESSANDRO SOMMA *Professore ordinario di Diritto comparato presso l’Università di Roma La Sapienza.
Note
1 G. Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Roma, Fazi editore, 2025, p. 3 ss. D’ora in poi, i numeri fra parentesi nel testo si riferiscono alle pagine di questo saggio.
2 Da ultimo G. Azzariti, S. Bagni, M. Carducci e A. Somma (a cura di), Mercato istituzioni e regole. Sul difficile dialogo tra diritto ed economia, Roma, Sapienza Università Editrice, 2025, www.editricesapienza.it/sites/default/files/6480_9788893773812_Mercato_istituzioni_regole_eBook.pdf.
3 E. Mostacci, La sindrome di Francoforte: crisi del debito, costituzione finanziaria europea e torsioni del costituzionalismo democratico, in Politica del diritto, 2013, p. 481 ss. e A. Guazzarotti, Debito e democrazia. Per una critica del vincolo esterno, Milano, Egea, 2024, p. 89 ss.
4 Cfr. S. D’Andrea (a cura di), Serve meno Europa? Domande radicali sull’Unione europea, Roma, Rogas, 2025.
5 F. Losurdo, Lo Stato sociale condizionato. Stabilità e crescita nell’ordinamento costituzionale, Torino, Giappichelli, 2016 e M. Dani e A. J. Menéndez, Costituzionalismo europeo. Per una ricostruzione demistificatoria del processo di integrazione europea, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2022.
6Rapporto al Consiglio ed alla Commissione sulla realizzazione per fasi dell’unione economica e monetaria nella Comunità, in Bollettino delle Comunità europee, 1970, Suppl. 11.
7 Per tutti R. Abdelal e R. Bouyssou, Le consensus de Paris: la France et les règles de la finance mondiale, in Critique internationale, 28, 2005, p. 87 ss e G. Azzariti, Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio, Roma e Bari, Laterza, 2021, p. 156 ss.
8 O. Chessa, La Costituzione della moneta. Concorrenza, indipendenza della Banca centrale, pareggio di bilancio, Napoli, Jovene Editore, 2016.
9 F.A. von Hayek, Le condizioni economiche del federalismo tra Stati (1939), Soveria Mannelli, 2016, p. 58 ss.
10 Tanto che il suo inizio può essere fatto coincidere con il varo del Piano Marshall: cfr. A. Somma, Il mercato delle riforme. Appunti per una storia critica dell’Unione europea, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 2018, p. 167 ss.
11 D. Haselbach, Autoritärer Liberalismus und Soziale Marktwirtschaft. Gesellschaft und Politik im Ordoliberalismus, Baden-Baden, Nomos, 1991, p. 12.
12 A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 e T. Fazi e W. Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Milano, Meltemi, 2018.
13 Cfr. A. Somma, Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale, Roma, Rogas, 2021.
14 W. Hallstein, Europe in the Making (1969), London, George Allen & Unwin, 1972, p. 30 ss.
15 Cfr. Rinnovamento europeo – Discorso sullo stato dell’Unione del 28 settembre 2011, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/SPEECH_11_607.
16 Lo studio trova riscontro il D. Meyer, Euro-Krise: Austritt als Lösung?, Berlin etc., 2012.
17 M. Hesse et al., Am Abgrund, in Der Spiegel del 28 novembre 2011, www.spiegel.de/spiegel/print/d-82244908.html.
18 Si pensi al celeberrimo discorso di Robert Schuman del 9 maggio 1950, dal quale prende corpo la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), con cui si invita a “mettere l’insieme della produzione franco tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta autorità” aperta all’adesione di altri Stati europei al fine di eliminare “il contrasto secolare tra la Francia e la Germania” (v.lo ad esempio in Une Europe pour la paix, Paris, Points, 2011, p. 9).
19 K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Torino, Einaudi, 1974.
20 Cfr. A. Somma, Sovranismi. Stato popolo e conflitto sociale, Roma, Derive Approdi, 2018, p. 131 ss.
21 E. Cannizzaro, La sovranità oltre lo Stato, Bologna, Il Mulino, 2020.