Un test nasale rapido per scoprire l’Alzheimer

Si stima che nel mondo il morbo di Alzheimer colpisca oltre 55 milioni di persone e i casi sono destinati ad aumentare. Nel 2030, infatti, si ritiene che le diagnosi saranno circa 78 milioni e ben 139 milioni entro il 2050.Questa non rosea prospettiva ci fa comprendere quanto sia necessario individuare la malattia per tempo.

Gli scienziati statunitensi della Duke Health, guidati dal professore Bradley J. Goldstein, hanno messo a punto un test nasale rapido eseguito in laboratorio in grado di scoprire i primi cambiamenti biologici legati all’Alzheimer anche prima dell’avvento dei problemi cognitivi e di memoria. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

Il ruolo dei fattori di rischio nel morbo di Alzheimer

Tipica soprattutto degli over 65, il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa caratterizzata da una perdita delle funzioni cognitive progressiva e irreversibile. Il cervello dei pazienti va incontro a diversi gradi di atrofia.

Oltre alla degenerazione, si assiste anche ad una riduzione della reattività dei neurotrasmettitori e a diverse anomalie del tessuto cerebrale. Si pensi ai depositi di beta-amiloide, alle placche senili e agli alti livelli di proteina Tau.

Alzheimer, scoperto il gene che espone a un maggiore rischio: ecco quale

Le cause dell’Alzheimer non sono ancora note. Il 90% dei casi si manifesta in assenza di ereditarietà e solo nel 10% delle diagnosi si riscontra un’effettiva familiarità. La scienza ha individuato dei fattori di rischio in grado di favorirne la comparsa.

Tra questi figurano l’obesità, l’ipertensione, il diabete di tipo 2, l’ipercolesterolemia, i traumi cranici. Ancora il fumo di sigaretta, l’abuso di alcol, l’isolamento sociale e la depressione.

Il tampone nasale rapido

La procedura per la raccolta delle cellule nasali è semplice e richiede solo pochi minuti. Dopo aver applicato uno spray anestetico, un medico guida un piccolo pennello nella parte superiore del naso.

Qui si trovano le cellule nervose responsabili della percezione degli odori. Una volta raccolte, le cellule vengono esaminate per vedere quali geni sono attivi. Questi ultimi sono, dunque, una spia di ciò che sta accadendo all’interno del cervello.

Demenza, un sintomo proveniente dalle mani potrebbe segnalare la malattia

Perché proprio il naso

Il naso rappresenta un punto di accesso privilegiato per lo studio del cervello. L’epitelio olfattivo, infatti, contiene neuroni che sono in contatto diretto con l’ambiente esterno. Essi proiettano i loro assoni verso il bulbo olfattivo nel sistema nervoso centrale.

L’analisi dell’attività genica nelle cellule raccolte mediante tampone consente di osservare lo stato dei neuroni e la risposta delle cellule immunitarie locali. In questo modo si possono individuare alterazioni metaboliche cellulari e stati infiammatori, entrambi processi precoci nella neurodegenerazione.

I risultati dello studio

Per lo studio sono stati confrontati i campioni di 22 partecipanti ed è stata misurata l’attività di migliaia di geni in centinaia di migliaia di singole cellule, per un totale di milioni di data point.

Un punteggio genetico combinato, basato sull’analisi del tessuto nasale, ha distinto in maniera corretta i soggetti con Alzheimer in fase iniziale e clinica dagli individui sani di controllo nell’81% dei casi.

Quindi il tampone nasale è stato in grado di rilevare precocemente i cambiamenti nelle cellule nervose e immunitarie e ciò è avvenuto anche per le persone che ancora non manifestavano i sintomi del disturbo.

Prospettive future

Gli scienziati sono ottimisti. Se fino a questo momento le conoscenze sull’Alzheimer derivavano da tessuti prelevati durante le autopsie, ora sarà possibile studiare il tessuto neurale vivente.Sono tuttavia necessari ulteriori approfondimenti.

Un oligoelemento a basso costo fa sperare nella lotta contro il morbo di Alzheimer

I ricercatori sperano che il litio possa rallentare la progressione dell'Alzheimer in futuro (immagine simbolica).

Dopo sette anni di ricerche, un team di Harvard ha dimostrato che l’oligoelemento litio svolge un ruolo centrale nella malattia di Alzheimer. Negli esperimenti sugli animali, è stato in grado di invertire la perdita di memoria e le tipiche alterazioni cerebrali. Una scoperta che potrebbe aprire nuove strade per le terapie.

L’Alzheimer è uno dei grandi misteri della medicina. Mentre le cellule nervose muoiono, i ricercatori ne cercano le cause da decenni. A volte nei geni, a volte nei depositi di proteine nel cervello.

Sebbene di recente siano stati sviluppati nuovi approcci terapeutici, non esiste ancora un farmaco in grado di arrestare o far regredire la malattia. In Svizzera sono circa 150’000 le persone affette da declino cognitivo, soprattutto Alzheimer, e questa cifra potrebbe salire a circa 315’400 entro il 2050.

Ma ora, a sorpresa, un oligoelemento è al centro della scena: il litio. Questo metallo poco appariscente, noto per le batterie e utilizzato per decenni come stabilizzatore dell’umore in psichiatria, sembra svolgere un ruolo fondamentale per la salute del nostro sistema nervoso.

Regressione dei sintomi tipici dell’Alzheimer

Mentre il carbonato di litio viene utilizzato in dosi elevate per i disturbi bipolari – strettamente monitorato perché può stressare i reni e la tiroide – la nuova ricerca indica una dimensione completamente diversa.

Piccole quantità, a un dosaggio migliaia di volte più basso, del cosiddetto orotato di litio, potrebbero essere cruciali nel cervello per proteggere le cellule nervose e influenzare il decorso della malattia di Alzheimer.

Nell’attuale numero di «Nature»Bruce A. Yankner della Harvard Medical School e il suo team presentano i risultati di sette anni di ricerca sull’Alzheimer, con risultati sorprendenti.

I topi ricordano di nuovo

Somministrando piccole dosi di orotato di litio – una forma speciale del metallo – a topi con sintomi di Alzheimer, la loro memoria è tornata. Allo stesso tempo, anche i segni tipici della malattia nel cervello, depositi e grumi, sono chiaramente regrediti.

I topi hanno riacquistato la memoria, quasi come se avessero riacquistato la freschezza mentale di animali giovani.

Lo studio mostra in modo impressionante come il litio agisca nel cervello: stabilizza lo strato protettivo di mielina delle cellule nervose – un tipo di isolamento che assicura una rapida trasmissione dei segnali – sostiene le microglia, che agiscono come «pulitori» nel cervello per rimuovere i rifiuti e le strutture danneggiate, e inibisce la pericolosa formazione di depositi proteici che distruggono le cellule nella malattia di Alzheimer.

Finora la ricerca si è concentrata quasi esclusivamente sul cosiddetto approccio amiloide: vaccini e anticorpi avrebbero dovuto rimuovere le placche nel cervello.

Il litio apre ora una prospettiva completamente diversa: invece di limitarsi a rallentare i sintomi, il metallo potrebbe proteggere a livello cellulare e prevenire il processo della malattia.

Funziona anche per il Parkinson?

«L’orotato di litio è ridicolmente economico. È per questo che dovrebbero essere condotti studi solidi molto rapidamente», ha dichiarato al Washington Post Matt Kaeberlein, ex direttore dell’Healthy Aging and Longevity Research Institute dell’Università di Washington, che non è stato coinvolto nello studio. «Se questo non avviene immediatamente, sarà un imbarazzo per la ricerca sull’Alzheimer».

Ma per quanto i risultati siano promettenti, l’autore principale Bruce A. Yankner invita alla cautela. Non ci sono ancora prove che il litio sia efficace o sicuro nell’uomo.

«Il salto dal modello murino all’uomo è grande», dice il genetista di Harvard. «E può anche far crollare rapidamente le speranze precedenti».

Li-Huei Tsai del MIT, uno dei principali ricercatori sull’Alzheimer, lo definisce «molto eccitante». Sottolinea che molte persone con varianti genetiche a rischio non sviluppano mai la malattia. Forse perché le loro riserve naturali di litio nel cervello sono sufficientemente elevate.

Nel frattempo, oltre alla ricerca sull’Alzheimer, Yankner si sta occupando anche del Parkinson: il suo team sta studiando se l’orotato di litio possa essere efficace anche in questa malattia neurodegenerativa.

FONTE

Morbo di Alzheimer in Italia: numeri in crescita e nuove speranze terapeutiche

📊 L’allarme demenza: numeri e previsioni

In Italia si stima che oltre 650.000 persone soffrano del Morbo di Alzheimer, mentre le diagnosi totali di demenza superano 1,48 milioni. Si prevede che questi numeri cresceranno drasticamente nei prossimi decenni, con oltre 2,3 milioni di casi attesi entro il 2050, secondo Alzheimer’s Disease International.

Nonostante l’elevato impatto, oltre il 75% dei malati non riceve una diagnosi precoce e molti caregiver sono lasciati soli ad affrontare difficoltà quotidiane. I costi economici e sociali sono enormi: oltre 15 miliardi di euro all’anno, con spese famigliari che possono arrivare a 72.000 € annui per paziente.

💊 Terapie in evoluzione: dalla diagnosi precoce ai nuovi farmaci

Negli ultimi anni si stanno aprendo nuove strade nella lotta contro l’Alzheimer:

  • L’introduzione in Italia di NeuraCeq e Tauvid, due traccianti PET di nuova generazione, consente diagnosi sempre più accurate, anche nelle fasi iniziali.
  • Sono in fase avanzata nuove terapie con anticorpi monoclonali come lecanemab, che agiscono sulle placche amiloidi nel cervello. Già approvato negli USA e di recente autorizzato anche in Europa, potrebbe essere presto disponibile anche in Italia.
  • Si sperimentano anche terapie digitali, stimolazioni cerebrali profonde e approcci multidisciplinari con l’uso di intelligenza artificiale per predire e rallentare il decorso della malattia.

🧭 Prevenzione e comunità: non si è soli

Fondamentale è la prevenzione: contrastare i fattori di rischio modificabili come l’ipertensione, l’isolamento sociale, l’obesità, il fumo e la sedentarietà potrebbe ridurre fino al 40% dei casi di demenza.

In questo scenario complesso, cresce l’importanza delle reti di supporto tra familiari e caregiver, come il gruppo Facebook “Alzheimer: chi lo dice che non si può fare nulla”, uno spazio attivo dove ci si confronta, ci si sostiene e si condividono esperienze, strategie e risorse per affrontare la malattia con maggiore consapevolezza e dignità.

🔚 Conclusione

Il Morbo di Alzheimer rappresenta una delle più grandi sfide sanitarie del nostro tempo. Ma oggi, tra progresso scientifico, nuove terapie e reti di sostegno sociale, è possibile cambiare la narrazione: non tutto è fermo, non tutto è perduto. La battaglia continua – e ora, più che mai, vale la pena combatterla.

MValletti

Giornata mondiale Alzheimer, al via campagna ‘Pensaci per non dimenticarlo’

E’ con l’obiettivo di ‘non dimenticarsi’ dell’Alzheimer che, a pochi giorni dalla Giornata mondiale del 21 settembre, Lilly, con il patrocinio di Aima, Associazione italiana malattia di Alzheimer, Sin, Società italiana di neurologia, e Sindem, Associazione autonoma aderente alla Sin per le demenze, lancia la campagna di sensibilizzazione ‘Pensaci, per non dimenticarlo’. L’iniziativa – presentata oggi a Roma in un incontro di condivisione e di confronto tra rappresentanti del mondo clinico, dei pazienti e delle istituzioni – propone di riscrivere la narrazione corrente della malattia di Alzheimer, favorendo una maggiore consapevolezza dei primi sintomi della malattia così da rendere sempre più frequente una diagnosi precoce, fondamentale per intervenire sulla progressione di malattia e garantire una migliore qualità e aspettativa di vita delle persone che ci convivono. La patologia interessa circa 600mila italiani.

Fonte ADN kronos