MILANOMETROPOLI.COM

PER NON DIMENTICARE
LA DEPORTAZIONE
I CAMPI DI STERMINIO
LE FOIBE

 

 

Lo spazio di una pagina web non è certo sufficiente per ricordare le sofferenze di una guerra. E' certo però che il prezzo pagato dalla nostra città nel periodo bellico ci impone una riflessione.

Ora sappiamo che le angherie e le crudeltà trovano casa nella malvagità dell'uomo prima che nel colore delle bandiere sotto cui milita, per questo motivo ricorderemo sia le stragi naziste (campi di sterminio) che quelle comuniste (foibe).

Il nostro scopo non è quello di fomentare l'odio ma quello di mantenere vivo il ricordo di un orrore, di una vergogna. Orrore e vergogna che sono ora sentimenti di tutta l'umanità.
Noi vorremmo che i giovani, giungendo casualmente sul nostro sito, comprendessero che solo tramandando il ricordo di quegli orrori si potrà evitare che si ripetano.

 

I campi di sterminio nazisti


Mauthausen Concentration Camp Memorial

Una accurata documentazione sulle deportazioni nei campi nazisti si trova sul sito dell'A.N.E.D. Associazione nazionale ex deporati politici nei campi nazisti.
le cifre che ci forniscono sono drammaticamente eloquenti.
"Nel corso della Seconda guerra mondiale circa 40.000 italiani furono strappati dalle loro case dai militi della Repubblica Sociale o dalle truppe tedesche di occupazione e deportati nei Lager che i nazisti avevano allestito in tutta Europa per l'eliminazione fisica di milioni di uomini, di donne e di bambini: oppositori politici, ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova. Dei deportati italiani, quasi 10.000 furono gli ebrei e circa 30.000 i partigiani, gli antifascisti, i lavoratori, questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944. Solo uno su 10 fece ritorno: il 90% finì i suoi giorni annientato dalla macchina hitleriana dello sterminio"
Sul sito si possono trovare fotografie, documenti storici, ricerche, links, bibliografia e filmografia.
L'ANED è un Ente Morale senza fini di lucro. La sua vita e le sue ricerche sono affidate al lavoro volontario e al sostegno di soci e amici.
(Le immagini sono tratte dal sito dell'Aned)

Nella nostra Milano è stata realizzato al Binario 21 della Stazione Centrale, il Memoriale della Shoah, per visitarlo occorre prenotare.

Vedi anche Deportati ALFA ROMEO - VALLETTI FERDINANDO, dirigente dell'Alfa Romeo e giocatore del Milan, che si salvò da Gusen proprio grazie al suo saper giocare al calcio.

Le foibe del Carso

 
dal sito Le foibe del Carso Triestino

"Le foibe». Un tempo la parola «foiba» apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio degli abitanti del Carso, ai geologi, agli speleologi. Oggi è più conosciuta - ma non tanto - a seguito del lugubre significato di orrore e di morte. L'altipiano roccioso del Carso, che si estende su notevole parte della Venezia Giulia, è da paragonarsi ad una immensa groviera. Il suolo è costellato di numerose voragini - ne sono state contate 1700 - che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, spesso percorse dalle acque. Appunto, le foibe, misteriose, impressionanti, impenetrabili. E accanto ad esse cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri. Alla fine dell'aprile 1945 le armate tedesche si arrendono e l'Italia, stremata e straziata, esce dal «tunnel» di una guerra disastrosa, ed esulta per la fine di tante sofferenze e per le prospettive di pace. Non così Trieste, l'Istria, le terre del confine orientale. Su di esse si avventano contro i patti, vide di conquista e di vendetta, le truppe partigiane del maresciallo jugoslavo Tito all'insegna della stella rossa. I neozelandesi, con insipiente imprevidenza degli alti comandi anglo-americani, arriveranno in ritardo e poi staranno a guardare. Trieste, l'Istria, Gorizia precipitano così dalla feroce oppressione nazista nell'altrettanto feroce oppressione slavo-comunista. Ai forni crematori e ai "lagher" della Germania subentrano le foibe e i «lagher» balcanici."Sul sito Le foibe del Carso Triestino la dettagliata documentazione sul massacro di 10.000 persone, italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale.

Un articolo su cui riflettere
da Il Nuovo del 25.1.2002

Le foibe sono tante, Auschwitz uno solo

di Adolfo Valente

 
Le foibe e i campi di concentramento nazisti non sono la stessa cosa.
Non perché non siano stati entrambi scenario di prevaricazione e massacro, di negazione dei diritti umani e di violenza. Non perché nei primi, come nei secondi, l'odio razziale e quello per “il diverso”, non abbiano esercitato tutta la propria arroganza. Non per questo insomma, ma proprio per questo. In entrambi, e il dato sembra ormai assodato, è stato esercitato il barbaro diritto del più forte. Del vincitore che ha tolto alle proprie vittime la libertà di pensare e parlare nel modo più vecchio del mondo: togliendogli quella di esistere. Quante volte questo sia accaduto, nella storia dell'umanità, è quasi impossibile da dire. La terra che pestiamo, è probabilmente la stessa dove lotte fratricide hanno seppellito i milioni di corpi di chi veniva considerato diverso, inferiore, o anche solo strano, e che un qualsiasi leader politico o religioso ha deciso di eliminare.
Le foibe, in questo, non rappresentano alcuna eccezione. Crateri naturali, ben nascosti, difficilmente accessibili, sembrano fatti apposta per farci sparire il cadavere di un avversario che si vuole eliminare senza troppo clamore. Chi le ha usate, ha ripetuto gesti e modalità vecchi come la Storia. Di posti così, sulla terra, ce ne saranno migliaia.
E l'odio degli uomini, dal Ruanda, alla Bosnia, non smette di crearne. I campi di concentramento nazisti ne sono un altro esempio. Ma non solo. Con le loro macabre costruzioni, l'agghiacciante precisione delle macchine che davano la morte, i forni, i campi di lavoro, la studiata pianificazione dell'umiliazione, e l'idea di “fredda ragioneria” dello sterminio che ne ispira la vista, sono diventati qualcosa di più: un simbolo.
A questa trasformazione, oltre allo scenario del quale sono circondati, hanno contribuito anche alcune circostanze contingenti: l'entrata nei campi di soldati americani muniti di cinepresa, che ha consegnato alla storia le immagini di quello scempio. La scelta di mantenere intatte alcune di quelle costruzioni, e altro ancora.
Di fatto, mentre le Foibe sono uno dei tanti luoghi dove l'intolleranza umana si è sfogata, i campi di concentramento sono ormai un monumento ai rischi del razzismo e della violenza. Perché siamo fatti così, e carichiamo simbolicamente oggetti e paesaggi perché ci servano di monito o lezione.
Perché vengono deposte corone di fiori davanti alla tomba del Milite ignoto, e non a quella del soldato semplice Ceccherini Beppe, o del milite scelto Capece Savatore. E le scolaresche, come accade per i campi di concentramento, visitano quella e non queste. Da noi invece, ognuno coltiva il proprio giardinetto privato.
E siccome Ceccherini è del Nord e Capace del Sud, l'uno o è stato ucciso dai tedeschi e l'altro dagli americani, il primo combatteva di qua e quell'altro di là, i militi ignoti dovrebbero essere due, tre, mille. E i campioni del “visto da destra” o “visto da sinistra”, devono esser sempre pronti a inforcar la penna. Così però, non è. Di fatto Auschwitz è un simbolo. E più passa il tempo, più lo diventa. E i bambini lo visitano non per imparare che i nazisti erano brutta gente, ma per capire che non si ammazza così una persona, e che nessuno, per quanto possa sembrarlo, è diverso. E perché è più facile impararlo lì, dove l'evidenza della cosa prende alla gola, che davanti a un buco nel terreno. E perché di quei buchi nel terreno, fatti da destra e fatti da sinistra, è pieno il mondo.
E i campi di concentramento, con le casette in fila perfetta costruite da buoni padri di famiglia tedeschi e i viali ordinati che finiscono nelle camere a gas ben pulite, stanno lì anche a testimoniare quanti rischi corre chi è incapace di astrarsi dai problemi contingenti, per leggere il messaggio della storia fuori dalle politiche di bottega.