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I bombardamenti aerei su Milano durante la II guerra mondiale
courtesy dal sito www.storiadimilano.it

 


LA Galleria bombardata

Pochi mesi dopo lo scoppio della guerra, e prima ancora che l'Italia decidesse di prendere le armi al fianco dell'alleato tedesco, la nostra penisola fu oggetto di numerose missioni aeree di ricognizione da parte delle forze inglesi, che intendevano monitorare il più esattamente possibile il territorio di quello che, secondo il loro oculato punto di vista, sarebbe stato un futuro nemico.
Nel giugno del 1940, ad un mese dalla dichiarazione di guerra italiana, iniziarono i primi bombardamenti aerei su Torino, senza tuttavia grandi ripercussioni, sia a causa dell'ancora poco organizzato Bomber Command inglese, sia per l'esiguo numero di aeroplani utilizzati nelle missioni. Ciononostante, la popolazione delle grandi città comprese tristemente quale destino si prospettava innanzi.

 

Parte I: Lo scenario
Obiettivo Milano
Nel 1940 Milano era ritenuta dagli Inglesi un importante obiettivo militare, essendo la più sviluppata città industriale d'Italia e una delle più rilevanti a livello europeo, situata all'interno del triangolo industriale, con Torino e Genova.

Il servizio di informazioni industriali inglese, prima ancora dell'inizio dl conflitto, si era procurato notizie dettagliate e mappe di tutte le principali realtà produttive di Milano e provincia, tra le quali spiccavano la Alfa Romeo, la Edoardo Bianchi, le Officine Galileo, la Magneti Marelli, le officine Borletti, la Tecnomasio Italiana Brown Boveri, la Pirelli, la Isotta Fraschini, la Breda, la Caproni, l'Ansaldo e, ma non ultima, la Falk acciaierie.

La città era ritenuta inoltre uno dei principali snodi ferroviari del Paese, caratterizzata da 21 linee ferroviarie, da una delle stazioni più grandi d'Europa e da importantissimi scali merci, tra i quali Lambrate e Farini, snodi vitali per le suddette industrie.

I rapporti stilati a conflitto già iniziato indicavano in un milione e centomila gli abitanti della città, che gli stessi studi descrivevano divisa a cerchi concentrici, il più interno dei quali (centro storico, all'interno della cerchia dei navigli) risultava essere anche il più vulnerabile in caso di intenso attacco aereo, sia perché maggiormente abitato, sia per la vicinanza tra loro delle costruzioni, con strade prevalentemente strette. Si prevedeva così, in caso di bombardamento anche mediante spezzoni incendiari, un facile propagarsi del fuoco, pur dovendosi sottolineare che gli stessi rapporti spionistici si rammaricavano per il materiale impiegato per la costruzione degli edifici, e cioè quasi esclusivamente mattoni e cemento, causa questa di maggiore difficoltà nel propagarsi degli incendi, i quali invece avevano dato grandi risultati nelle città tedesche, ove abbondava l'impiego di materiali lignei.

Alla luce di tutto ciò, il bombardamento sistematico fu in un primo momento (fino a tutto il 1943) rivolto a colpire la città "civile", mirando su case e popolazione, affinchè questa terrorizzata spingesse sul Governo a chiedere un armistizio; in un secondo tempo (dal 1944) si accanì su fabbriche e produzione bellica, asservita alle esigenze tedesche.

 

Le difese della città
La difesa dagli attacchi dal cielo fu inizialmente affidata alla quinta legione ("La Viscontea") della Milizia Di.ca.t. (Difesa contraerea territoriale), che poteva vantare, tra ufficiali, sottufficiali e militi, quasi 9.000 uomini, dislocati sia in città sia sul resto del territorio milanese, posizionati in zone strategiche e pronti in ogni momento a mitragliare gli apparecchi nemici. Anche alcune fabbriche di grosse dimensioni erano dotate di proprie batterie antiaeree, collocate di norma sui tetti dei capannoni.

Dopo l'ottobre 1942 affluirono in Italia alcuni reparti della Flakartillerie tedesca, dipendenti dalla Luftwaffe, per dar man forte alla Dicat, la cui abilità nel difendere i cieli si era rivelata assai scarsa, tanto da non essere quasi temuta dai bombardieri.

Le batterie tedesche vennero sistemate nei pressi di quelle italiane, al fine di sfruttarne i già stabiliti collegamenti per le comunicazioni. Dopo l'armistizio, scioltasi la Dicat, la difesa dei cieli spettò esclusivamente alla Flak tedesca, che perciò venne potenziata sfruttando il personale italiano della Repubblica Sociali Italiana. Oltre alla difesa organizzata da terra, erano sempre pronti a staccarsi in volo i caccia della Regia Aeronautica, di stanza negli aeroporti di Venegono e Lonate Pozzolo (apparecchi Macchi C 202 e Fiat CR 42, più qualche Messerschmitt Bf 109 della Luftwaffe).

L'ultimo gradino della difesa era affidato agli uomini della UNPA (unione nazionale protezione antiaerea), e ai Capifabbricato, uno per ogni palazzo, questi ultimi col compito di garantire l'efficienza degli eventuali rifugi antiaerei, delle uscite di sicurezza e degli idranti, nonché di controllare che il caseggiato fosse adeguatamente oscurato, che cioè tutte le finestre degli appartamenti fossero mascherate con carta azzurra, prima vera difesa passiva contro le incursioni notturne (anche i fari di tram, autobus, auto e biciclette avevano solo una piccola fessura per la proiezione della luce, e i parafanghi dipinti di bianco).

La popolazione veniva avvisata del pericolo incombente da un primo piccolo allarme aereo (sirena), che, almeno quando ancora la difesa contraerea e gli avvistamenti erano in grado di svolgere il loro compito, era data con trenta minuti di anticipo sull'attacco. Poi seguiva una seconda sirena, di grande allarme, che precedeva di pochi minuti i primi sganci di bombe.

I cittadini avevano dunque (almeno in teoria) il tempo di raggiungere le cantine rifugio (per i palazzi predisposti o comunque attrezzati al caso) o i rifugi collettivi più vicini. I portinai degli stabili avevano inoltre il compito, durante gli attacchi, di spalancare i portoni, per permettere ai passati sorpresi dall'incursione di ripararsi dentro gli androni.

 

I bombardieri
Per poter comprendere appieno la potenza distruttiva di un bombardamento aereo alleato, è opportuno dedicare poche ma significative righe agli apparecchi utilizzati per le incursioni:

- nel 1940, il Bomber Command inglese si avvalse di bimotori Armstrong Witworth Whitley, aerei il cui carico di bombe dovette essere ridimensionato a causa del lungo viaggio che dovevano compiere (Inghilterra-Milano e ritorno), quindi non più di 2.000 chili;

- dall'autunno 1942 fino all'estate del 1943, il Bomber Command utilizzò invece i gioielli di famiglia, i quadrimotori Stirling (capaci di trasportare ciascuno ben 6.000 Kg di bombe), Halifax (5.800 Kg), e Lancaster (6.500 Kg). Venne impiegato anche il bimotore Wellington, il De Havilland Mosquito (bimotore per ricognizioni, dal quale venivano sistematicamente scattate le fotografie dei dopo-bombardamenti) e il famoso Spitfire, caccia per ricognizione e mitragliamenti al suolo;

- dal 1943, gli attacchi vennero affidati alla MAAF (Mediterranean allied air force) e alla USAAF, utilizzando quadrimotori Boeing B 17 Flying Fortress (le fortezze volanti) e B 24 Liberator, dotati di carichi distruttivi inferiori a quelli inglesi. Tali aerei decollavano dalla Puglia e dalla Campania, ormai liberate dal giogo nazi-fascista;

- nell'ultimo periodo di guerra, volarono su Milano anche altri aerei statunitensi, tra i quali il Republic P 47 Thunderbolt, dagli Italiani ribattezzato Pippo, tragicamente famoso per incursioni solitarie sia notturne che diurne per mitragliamento di strade e ferrovie.

Per quanto riguarda le bombe aviotrasportate, gli Inglesi utilizzarono bombe incendiarie di piccole dimensioni e classiche bombe da 250, 500, 1000 e 2000 chilogrammi. Raramente anche bombe da 6000 chili.

Gli aerei statunitensi erano equipaggiati con bombe da 250 e 500 chili, ad alto esplosivo e dirompenti.

 

Modalità degli attacchi
Gli attacchi su Milano (come del resto su altre città) furono inizialmente solo notturni: gli aerei inglesi decollavano da basi posizionate nel sud dell'Inghilterra verso l'ora di cena, attraversavano nella serata i cieli della Francia, occupata dall'esercito di Hitler, varcavano le Alpi e a mezzanotte piombavano sulla città, dove restavano per circa un'ora, per poi far ritorno alle loro basi.

Svolgendosi al buio, e non potendosi sempre contare su cieli tersi e lune piene, l'incursione era preceduta dal passaggio di aerei detti "pathfinder", cioè dei segnastrada, che lanciavano dei luminosissimi bengala onde mostrare ai bombardieri la rotta e gli obiettivi.

Dopo il 1943, gli aerei dell'USAAF attaccavano invece di giorno, a tutte le ore, con maggiori rischi di essere abbattuti ma con più probabilità di centrare i bersagli prestabiliti. Di solito decollavano al mattino dalla Puglia, sorvolavano l'Adriatico, e dalla Romagna viravano puntando su Milano. Al ritorno, questi aerei avevano la possibilità, ormai liberatisi del peso enorme delle bombe, di cacciare liberamente con le mitragliatrici, su tutto ciò che ritenevano utile colpire (treni in corsa, corriere, colonne militari in spostamento).

 

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