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LA VECCHIA MILANO
antichi palazzi, case d'epoca

 

A due passi da Piazza della Scala, risiedono otto personaggi: sono gli otto colossi, detti omenoni, che in dialetto milanese significa uomini grossi. Scolpiti da Antonio Abondio, gli Omenoni ornano la facciata del palazzetto di Leone Leoni, scultore di Carlo V e di Filippo II. L'artista se l'era costruita come propria abitazione verso il 1565, quando si stabilì a Milano dopo una vita avventurosa che lo aveva visto, oltre che alle corti dei re, anche ai remi delle galere pontificie. L'edificio conserva le tipiche forme del tardo Cinquecento con i primi accenni al gusto barocco e l'elegante piano nobile a contrasto con il pianterreno, sul quale risaltano plasticamente le grandi cariatidi. All'interno c'è un grazioso cortile a colonne. Altro elemento della casa è rappresentato dalla presenza ricorrente dei leoni, chiaro riferimento sia al nome che al carattere irrequieto e aggressivo del padrone di casa che divenne teatro di episodi di violenza.

 

Va ricordato però che la Casa degli Omenoni fu anche il luogo in cui furono custodite importanti e preziose opere d'arte (tra le quali opere Tiziano e Correggio) delle quali Leone e suo figlio Pompeo erano appassionati collezionisti. Grazie al contributo di Pompeo, si aggiunsero alla collezione privata i disegni del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, oggi conservati all'Ambrosiana. Le stesse nicchie del palazzo che oggi sono vuote, contenevano statue appartenenti alla collezione. All'interno un imponente scalone sovrastato da una volta finemente ornata permette di accedere ad un salone ai tempi adibito a sede di esposizione della collezione. Il palazzo ebbe diversi proprietari: i Calchi, i Belgioioso, i Pozzi, i Besana, fu sede della Ricordi sino a diventare, a partire dal 1924 la sede del circolo 'Clubino'

 

L'edificio fu costruito tra il 1911 e il 1914 su progetto di Giulio Ulisse Arata. Stilisticamente collocato nel tardo libery, presenta un insieme eclettico di richiami agli stili romanici, gotici e rinascimentali. La casa è il suo capolavoro per la ricchezza delle decorazioni e le volumetrie volutamente asimmetriche delle facciate. L'uso di diversi materiali da costruzione come la pietra, il cotto ed il ferro battuto, rendono l'opera particolarmente maestosa e spettacolare. Il palazzo è riccamente decorato da sculture, mosaici policromi e pitture. Gli artisti, che hanno collaborato nella casa di Via Cappuccini, sono: Prandoni e Calegari per le sculture esterne, Pietro Adamo Rimoldi per gli affreschi, Angiolo d¿Andrea per i mosaici esterni e nell'atrio, Alessandro Mazzucotelli per i ferri battuti. Una stranissima scultura di Adolfo Wildt aggiunge mistero al tenebroso ingresso

Fondata nel 1899 da Giuseppe Verdi per dare ospitalità agli anziani musicisti, al cui mantenimento destinò i proventi dei diritti d'autore su tutta la sua produzione musicale. La cripta conserva la tomba del celebre compositore e della moglie Giuseppina Strepponi. Progettata dall'architetto Camillo Boito, è uno dei più importanti monumenti dello stile architettura nazionale. La Casa è aperta al pubblico dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00. Ingresso libero per la cripta (tel. 02 4996009). Sul piazzale antistante l'edificio, monumento a Verdi, di Enrico Butti.

 

Come il Palazzo Silvestri, casa Parravicini è uno nei pochissimi edifici del quattrocento rimasti a Milano. La semplice facciata è costruita con mattoni rossi e finestre rettangolari con cornice in terracotta lavorata a tortiglione, come anche il portale d'ingresso a sesto acuto. La presenza della cappa del camino suggerisce la raccolta intimità, ora perduta, di un interno del più puro Quattrocento. Meno interessante il piano superiore poiché non originale. La casa fu costruita dai Parravicini, nobile famiglia di feudatari provenienti dalla Brianza e famosi a Milano per le loro cariche pubbliche.

Casa Toscanini, risale al XVII secolo e si trova accanto a Palazzo Durini. Fu dimora della famiglia del famoso direttore d'orchestra. E' piacevole osservare la sua facciata esterna a tre piani per l'elegante parapetto di ferro battuto del balcone centrale finemente lavorato, retto da un portale a forte aggetto. Nel grazioso e silente cortiletto interno in stile rococò, è posta, sotto un portico, l'opera scultoria di Leonardo Bistolfi, destinata alla tomba del pittore Giovanni Segantini. Toscanini abitò nella casa per quasi mezzo secolo.

 

Quella che i milanesi chiamavano un tempo "Ca' Granda" fu voluta da Francesco sforza, che nel 1456 decise di riunire in un'unica istituzione le innumerevoli case ospedaliere pullulanti in città. A partire da Antonio Averulino detto il Filarete, che firmò il progetto del corpo principale, numerosi furono i grandi architetti che vi misero le mani fino ad arrivare ai primi anni dell'Ottocento, per cui ne è risultato un singolare e suggestivo insieme di stili, di motivi, di decorazioni. Il corpo principale del Filarete rappresenta un tipico esempio di architettura di transizione, con elementi rinascimentali e reminiscenze gotiche. L'interno è dominato dal maestoso "cortilone" a portico su colonne e grandiosa loggia. La Cà Granda assolse le funzioni di Ospedale fino al 1942; attualmente ospita il rettorato, gli uffici ed alcune facoltà dell'Università degli Studi la cui entrata è in Via Festa del Perdono 5. Gli ambienti interni contengono una ricchissima Quadreria composta da circa 900 dipinti commissionati dai benefattori dal 1602, come da disposizione di un capitolo.

L'Arco sorge nel centro della vasta Piazza Sempione. Esempio di monumento adattato a diverse contingenze storiche, venne iniziato nel 1807 da Luigi Cagnola in piena euforia napoleonica. L'architetto era a due terzi dell'opera quando, in seguito alla disfatta di Napoleone a Waterloo, dovette sospenderla. Nel 1826 Francesco I d'Austria ordinò che il monumento fosse completato e dedicato alla pace, per ricordare la pace europea del 1815.Morto il Cagnola nel 1833, furono Francesco Peverelli e Francesco Londonio a terminarlo.Lo stesso imperatore Ferdinando I d'Austria lo volle inaugurare il 10 settembre 1838.L'elemento più spettacolare della ricca decorazione dell'Arco (alto 25 m.) è la Sestiga della Pace, un bronzo di Abbondio Sangiorgio

 

Il Cimitero Monumentale di Milano sorge sopra un'area di circa 250.000 metri quadrati nella zona nord-ovest della città, in fondo a via Ceresio. Inaugurato nel 1866, venne progettato dallarchitetto Carlo Maciachini (1818-1899), vincitore di un concorso indetto dal Municipio di Milano nel 1860. La realizzazione rispondeva in primo luogo a esigenze di tipo igienico-urbanistico connesse alla presenza all'interno della città di numerosi, ma insufficienti luoghi di seplotura in via di soppressione; a questa si aggiungeva l'intenzione di dare per la prima volta alla comunità un luogo rappresentativo che coniugasse il culto dei defunti con le istanze celebrative - appunto "monumentali" - della nuova società civile milanese all'indomani dell'Unità d'Italia. Il Monumentale accoglie dunque entro le sue mura sepolture riferite a diversi culti e fedi, comprendendo anche sezioni per gli Acattolici e per gli Israeliti. L'opera del Maciachini incorpora diversi suggerimenti stilistici secondo il gusto eclettico dell'epoca, associando spunti del gotico-pisano con il romanico-lombardo e con inserti bizantineggianti. Nel piazzale d'ingresso domina il Famedio - fortunato neologismo ad indicare il tempio alla fama che ospita uomini illustri e benemeriti - l'edificio più aulico del complesso, centro prospettico di un asse visivo che, all'interno del Cimitero, è scandito dall'Ossario Centrale e dal Tempio Crematorio come punto conclusivo. Nelle sculture e nelle architetture del Monumentale si possono ripercorrere le vicende della città e gran parte della sua storia artistica dal realismo e eclettismo di fine Ottocento, al liberty e al simbolismo di inizio Novecento, dagli anni Trenta all'epoca contemporanea, come in un vero, straordinario museo all'aperto dove sono rappresentati i maggiori artisti italiani.

Verso il centro di Milano, si scorge in lontananza un ideale punto di fuga di cui si intuisce il valore simbolico, pur riuscendone a percepire solo un accennato profilo: si tratta della Torre Velasca, edificio progettato dal gruppo di architetti milanesi BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers) negli anni `50. La Torre Velasca si colloca nella prima generazione moderna della vicenda architettonica italiana, ma al tempo stesso mantiene uno stretto rapporto col contesto milanese in cui sorge, dialogando in particolar modo col Duomo, i campanili della città, ma soprattutto col Castello Sforzesco. La torre, con la sua caratteristica forma "a fungo" si staglia nel cielo della città integrandosi con le emergenze tradizionali dello skyline, alto 99 metri, del centro di Milano: palazzi, torri, cupole, campanili; essa si rifà alla tradizione lombarda sia richiamando la mole ed il profilo dei torrioni, sia riproponendo la struttura del palazzo medievale che vedeva allineati su un piano arretrato i piani inferiori, generalmente adibiti a magazzini, laboratori o botteghe mentre i piani superiori, generalmente residenziali, sporgevano retti da mensole in legno o pietra. Ma il caratteristico profilo della torre è la conseguenza di un lungo intrecciarsi di studi e ragionamenti che trovano il proprio fondamento nel cercare delle risposte logiche e funzionali alle condizioni spaziali entro cui si è dovuta inserire la torre, costretta in uno spazio ristretto alla base, ma libera di espandersi nei piani superiori, ai regolamenti edilizi che imponevano volumi specifichi a seconda delle destinazioni d`uso, ed alle esigenze del richiedente che preferiva una destinazione mista in vista del nascente Quartiere Direzionale destinato esclusivamente ad uffici per grandi aziende